bollino ceralaccato

I vestiti della consulenza

In una chiacchierata di qualche tempo fa con l’amico William Levati, dalla quale è scaturito un articolo per Persone&Conoscenze (“Dialogo tra due psicologi del lavoro”), abbiamo terminato dicendoci che un’azienda dovrebbe essere sensibile a investire in termini di ricerca, invece di andare avanti un po' a tentoni; come anche essere propensa a enfatizzare "la cultura della domanda" partendo dal presupposto che è più difficile trovare una domanda corretta che non la conseguente risposta. E ora mi domando se l’essenza della consulenza possa consistere nell’aiutare le aziende a fare un particolare tipo di ricerca: la ricerca del dubbio.

 

  • Noi tendiamo a vivere in un mondo di certezza, di solidità percettiva priva di dubbi. E certo non è facile, popolare e probabilmente redditizzio proporre a un cliente di riflettere, di sforzarsi a trovare insieme una soluzione, come dire: io ti accompagno in questo percorso, ma non ho da fornirti all'istante una comoda soluzione (anche perché magari non la posseggo ancora).

 

  • Può forse sembrare una contraddizione, ma nell’epoca dell’incertezza e dell’imprevedibilità potrebbe essere vantaggioso abbracciare quello che G. Milan (La dimensione tra, fondamento pedagogico dell’interculturalità, Cleup, Padova 2002) chiama “il principio di possibilità, che ci obbliga a considerare che ogni nostro pensiero, ogni nostra opinione, ogni nostro atteggiamento, ogni nostro comportamento, ogni nostra azione hanno la possibilità che sì, ma anche la possibilità che no, di essere validi o di ottenere il risultato atteso. Una ragionevole dose di dubbio può evitare inopportune presunzioni”.

 

  • Una ragionevole dose di dubbio intellettuale, quello che promuove l’esame, la critica, la scoperta e evita secondo Gabelli (Sul metodo d’insegnamento, Libreria editrice Canova, Treviso 1968) di “abbracciare un principio e di procedere attaccati a quello viaggiando in certa maniera richiusi in un vagone al buio, senza guardare dal finestrino e sicuri che già le rotaie fanno da sé l’ufficio di guidarci dove abbiamo l’intenzione di giungere”.


Certo, pur guardando dal finestrino spesso giudichiamo alcuni particolari che si presentano alla nostra percezione come mar-ginali e fastidiosi, perché accoglierli comporterebbe la messa in discus-sione del modo di inquadrare gli eventi che diamo per scontato.

Ma almeno proviamo a vivere e agire in prima persona.

  • Proviamo per un attimo ad ascoltare il Maestro Tetsugen Serra (Vivere Zen, Xenia Edizioni, 1999): “se chiedi a un altro come devi vivere la tua vita, sarai sempre tratto in inganno, perché non potrà che rispondere in base alla sua visione della vita, che non sarà mai la tua. Ti vestirai della sua risposta., la indosserai convinto che ti vada bene e con il tempo la scambierai per il tuo vero vestito, ma ti andrà sempre troppo stretta o appena un po più larga, e ti procurerà qualche disagio o dolore, come le scarpe troppo strette, i pantaloni troppo lunghi che impediscono il passo o troppo stretti in vita. Qualunque sia la risposta dovrai sempre far qualcosa per adattarti a quella verità, perché non è la tua”.


E’ quella della “Consulenza”.

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Stefano Verza

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