bollino ceralaccato

Dalla città industriale alle global cities: interazioni non lineari, emergenze, autorganizzazione assistita

Saggio pubblicato in italiano e in inglese nel Volume XXXIII «Human Rights and the City Crisis. For the Urban Future… the UN Resolution», Tomo 9°, a cura di Corrado Beguinot, Giannini, Napoli, 2012, nella collana «Studi urbanistici» della Fondazione Aldo Della Rocca (www.fondazionedellarocca.it). Il Volume è stato presentato al 6th World Urban Forum, Napoli, Settembre 2012.

Indice dei contenuti

Sommario

1. Introduzione

2. Cenni alle teorie sociologiche urbane

3. Le reti di città e le global cities

4. La complessità in ambito urbano, l'autorganizzazione assistita

5. La modellizzazione ad agenti

6. Conclusione

Sommario

In questo lavoro ci proponiamo di presentare la visione complessa del fenomeno urbano, necessariamente considerato in un contesto internazionale, secondo un approccio teorico della scienza contemporanea che è trasversale a molte discipline.

Nel paragrafo 1, introdurremo la questione centrale della necessità di una visione complessa del fenomeno urbano, in particolare nel mondo contemporaneo, ove le città non sono più realtà isolate, bensì realtà fortemente radicate nel territorio e, al tempo stesso, intensamente relazionate fra loro.

Nel paragrafo 2, faremo cenni essenziali alle teorie sociologiche urbane che si sono sviluppate dall’epoca della città industriale di fine Ottocento fino ai giorni nostri. Tali teorie hanno posto particolare attenzione agli aspetti della città che attengono alla qualità della vita urbana, fra l’altro, evidenziando come l’approccio dirigistico top-down sia scarsamente efficace in una città complessa, e come sia necessario, per gestire la complessità urbana, adottare un approccio bottom-up che favorisca i fenomeni di autorganizzazione spontanea che tendono a manifestarsi.

Nel paragrafo 3, illustreremo la recente concezione delle cosiddette global cities, una concezione che vede alcune delle città più importanti del mondo, per dimensioni, come sostanzialmente sradicate dal loro territorio e, invece, fortemente collegate fra loro da reti di comunicazioni che scavalcano i limiti territoriali urbani e si estendono al di là dei confini amministrativi, statuali e geografici.

Nel paragrafo 4, discuteremo alcuni aspetti della complessità urbana che sono di particolare rilevanza, mostrando un tipico esempio di autorganizzazione della città, la gentrification dei centri storici, ed evidenziando il concetto fondamentale di autorganizzazione assistita come approccio ineludibile per una gestione efficace della complessità urbana.

Nel paragrafo 5, infine, accenneremo brevemente, e senza dettagli tecnici, all’impianto logico della modellizzazione ad agenti per i sistemi sociali, economici e urbani, che si sta rapidamente diffondendo negli ambienti scientifici interessati e che consente di allestire un laboratorio di studio empirico nel quale si può modellizzare l’evoluzione nel tempo di un sistema complesso senza ricorrere all’uso di equazioni differenziali o alle differenze finite, come fino a poco tempo fa esclusivamente si faceva.

 

    1. Introduzione

      Le concettualizzazioni volte a inquadrare il fenomeno urbano e le teorie volte a descriverlo e a interpretarlo sono state numerose e sono cambiate anche in relazione ai mutamenti intervenuti nel fenomeno stesso. Le politiche e le azioni in campo urbano che su tali concettualizzazioni e teorie si basano, o che si basano sui paradigmi dai quali tali concettualizzazioni e teorie muovono, si sono susseguite generalmente in ritardo rispetto ai fenomeni socioeconomici che le hanno stimolate, spesso senza tener conto del consenso e ancor meno delle idee dei cittadini, a volte con lo scopo di perseguire dirigisticamente obiettivi di particolari ceti o gruppi di interesse.

      Come è noto, molti Stati-nazione hanno perduto taluni poteri e competenze in campo economico. Anche a seguito di questo cambia­mento, vissuto in modo diversamente traumatico dagli Stati-nazione che ne sono stati investiti, ormai appare largamente accettata l’idea di una sempre più ampia diffusione nel mondo del detto cambiamento, e via via anche quella di una sua estensione ai campi sociale, politico, addirittura istituzionale. Questa riduzione di sovranità degli stati avviene nell’ambito di un processo in cui l’autorità degli stati è sostituita, spesso in misura parziale, da quella di altri poteri (economici, sociali, politici e istituzionali) di livello sia sovranazionale sia subnazionale (o, brevemente, locale). Evidente è il mutamento del ruolo degli stati i quali, all’interno di regimi di governance sovranazionale non sempre ben definiti, non sono più protagonisti assoluti, ma attori la cui preponderanza è sfidata dalle imprese multinazionali, dalle organizzazioni intergovernative, dalla società civile globale, dai movimenti sociali transnazionali e – cosa che qui interessa di più – dalle città, nella forma sia di megalopoli urbane sia di reti di città mondiali, che accostano e mescolano popolazioni di più etnie e più culture. Nel detto inquadramento, rileviamo che gli attori che assumono funzioni e poteri che in precedenza erano propri degli stati, sono numerosi e sono legati tra loro da relazioni di varia natura.

      Tra tali attori, si evidenziano in particolare proprio le città, soggetti emergenti nello scenario della governance globale. Le città delineano e attuano politiche in settori tradizionalmente di competenza degli stati, creando talora tensioni che possono generare conflitti istituzionali. Numerose città sono arrivate al punto di attribuirsi motu proprio competenze precedentemente centralizzate, stabilendo alleanze economiche con altre città o addirittura facendo politica estera, a questo scopo anche riscoprendo o escogitando proprie identità locali.

      All’acquisizione di nuovi poteri e competenze da parte delle città è corrisposta una pluralità di letture e analisi che, partendo da modelli interpretativi differenti, sono accomunate dalla rilevanza assegnata alla dimensione urbana (o comunque locale). Da una parte, si accumulano gli studi che trattano delle global cities e del ruolo differenziato che le stesse possono assumere ed esercitare in relazione alla loro dislocazione nei flussi informativi, produttivi e finanziari globali. Da un’altra parte, ha cominciato a farsi largo l’iniziativa di progetti locali che assumono i territori come elemento strategico per l’affermazione di un modello di globalizzazione tendenzialmente convergente o tentativamente divergente da quello in atto. Fermo restando che, qualunque sia il giudizio sul processo di globalizzazione quale si è fino a questo momento storicamente determinato, il processo di globalizzazione non è solo

      molto avanzato, appare inarrestabile e destinato a sfociare, secondo una traiettoria e attraverso passaggi non tutti prevedibili, in una sorta di mondializzazione. Tale sorta di mondializzazione ha, in ogni caso, un aspetto positivo: gli esseri umani – sarà sempre più chiaro a tutti – sono destinati ad avere un destino comune, a diventare una comunità di destino (Morin e Kern, 1993; Morin, 2011). In questo mare, tutti gli esseri umani dovranno nuotare. In questo mare ci si renderà meglio conto dei pericoli che questa comunità di destino corre (che già oggi corriamo, pur senza averne piena percezione perché offuscati dal fatto di non essere già, o di non vederci ancora, come una comunità di destino).

      Di ciò dovranno tener conto gli scienziati sociali, gli operatori urbani, gli studiosi e gli operatori di autorganizzazione assistita e di pianificazione strategica.

      Nei paragrafi che seguono presenteremo, in chiave storica, alcune tappe dell’evoluzione della concezione urbana, dalla comparsa delle prime concettualizzazioni sociologiche alla visione contemporanea delle ‘città globali’ (le global cities): due modi di guardare al fenomeno urbano secondo la prospettiva che vede le città come sistemi complessi autorganizzativi. Sottolineeremo come la gestione efficace della complessità urbana, proprio perché le città sono sistemi complessi, debba assecondare, nel rispetto delle regole, le spinte endogene provenienti dal basso, e assisterne l’evoluzione senza guidarla in modo dirigistico. Faremo infine un cenno a una tecnica di modellizzazione particolarmente efficace per lo studio dei sistemi complessi, che sta richiamando grande attenzione in questi ultimi anni, che permette di concretizzare efficacemente l’approccio complesso al fenomeno urbano: la modellizzazione ad agenti.

       

      Prima di procedere secondo quanto ora enunciato, si deve dire che questo lavoro si colloca nell’ambito dell’iniziativa intrapresa da Corrado Beguinot e dalla Fondazione Della Rocca (come già in Beguinot, ed. 2011), che egli presiede, in vista del pronunciamento dell’ONU sul «diritto alla città». Ciò, fra l’altro, permetterà di comprendere meglio quanto si dirà nella conclusione di questo testo1.

       

        2. Cenni alle teorie sociologiche urbane

          Numerosi studiosi, soprattutto a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, si sono occupati della concettualizzazione del fenomeno urbano in tutte le sue numerose e differenti articolazioni, da quelle fisiche a quelle sociali ed economiche, proponendone sia schemi di analisi sia teorie interpretative sia linee di controllo secondo punti di vista e metodi diversi. Esistono teorie urbane formatesi all’interno di aree disciplinari diverse: economiche, geografiche, ecologiche, sociologiche, antropologiche, e altre ancora, delle quali non ci occupiamo in questa sede, rimandando il lettore alla letteratura in merito (ad esempio: Bertuglia e Vaio, a cura di 1997, 2003, 2005, 2011a, 2011b; ma, riandando

          ad alcuni capisaldi teorici significativi, senza alcun intento di completezza, anche: Lowry, 1964, 1966; Wilson, 1974, 1981; Batty, 1976; Dendrinos e Mullally, 1985; La Cecla, 1988, 1993; Pumain, Sanders e Saint-Julien, 1989; Sanglier e Allen, 1989; Bertuglia, Leonardi e Wilson, eds. 1990; Dendrinos, 1992; Cori e altri, a cura di 1993; Mela, 1996; Nijkamp e Reggiani, 1998; Mela e Davico, 2002; Pugliese e Spaziante, a cura di 2003; Dematteis e Lanza, 2011). In questa sede, intendiamo evidenziare invece, sia pur brevemente, l’evoluzione dell’idea di una città come sistema complesso composto da individui (detti anche attori o agenti) in stretta interazione secondo forme non lineari e non matematizzabili nelle forme consuete. Individui ben lontani dall’idea dell’homo oeconomicus onnisciente e ottimizzatore, in competizione con altri individui come lui, presupposto in particolare dalle teorie economiche ed ecologiche correnti (si veda: Bertuglia e Vaio, a cura di 1997, 2003, 2005, 2011a, 2011b).

          Ciò detto, veniamo alle teorie sociologiche urbane. Il sociologo tedesco Georg Simmel è fra i primi a interessarsi in chiave sociologica, appunto, ai fenomeni legati alle città industriali e ai grandi agglomerati metropolitani, negli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento (Simmel, 1903). L’interesse di Simmel verso la sociologia risiede proprio nel fatto che essa studia le forme dell’interazione sociale, senza spingersi a spiegare la causa di un’azione, in quanto l’azione è vista come esito della spontaneità individuale.

          L’intuizione cruciale del pensiero di Simmel è l’universale interazione di tutti i fenomeni: è proprio in questo senso che Simmel anticipa, in buona misura, la visione complessa dei sistemi sociali. L’oggetto della sociologia di Simmel è costituito dalle forme delle relazioni di influenza reciproca tra gli individui: la società emerge come effetto delle interazioni fra individui solo quando più individui entrano in azione reciproca.

          Simmel analizza gli effetti sociali della modernizzazione delle città del suo tempo, con riferimento a tre temi fondamentali: la dimensione della città, la divisione del lavoro e il legame denaro-razionalità. Nel passaggio dal piccolo gruppo al grande gruppo si sviluppano nuove forme di relazione, nelle quali l’individuo si sente sempre più solo. La divisione del lavoro è all’origine della frammentazione della vita sociale, frammentazione che incoraggia l’individualismo e l’egoismo. Il denaro diventa l’espressione della razionalità metropolitana: diventa così qualcosa di impersonale, che spegne qualsiasi valore qualitativo.

          Per Simmel, la città moderna, la metropoli, è causa di una vita alienata. Nell’individuo metropolitano la sfera della famiglia e quella del vicinato, tipiche della piccola comunità, sono sostituite dalla sfera dei mille contatti superficiali. L’individuo metropolitano vive una vita in cui le immagini si susseguono freneticamente, causando una diminuzione della capacità di reazione agli stimoli e un drammatico affievolimento dell’attività spirituale, che genera noia e disincanto. Simmel chiama ‘uomo blasé’ l’annoiato e cinico abitante delle metropoli. L’uomo blasé è costretto a cercare rifugio negli spazi interstiziali della vita associata, dove si sostanzia la ricerca ‘dell’altrove’, dove è assente il condizionamento rigido del contesto sociale.

          La teorizzazione che un altro importante sociologo tedesco, Max Weber, fa della città in un saggio pubblicato postumo nel 1921, e che è l’esito di una riflessione durata trent’anni, si collega in parte al lavoro di Simmel del 1903, con il quale condivide il fondamentale approccio complesso al sistema sociale urbano. La domanda fondamentale che Weber si pone è come mai nei Paesi occidentali si assista allo sviluppo di cittadinanze che mirano a realizzare l’autogoverno. Per rispondere alla domanda, Weber confronta diversi tipi di modelli urbani, iniziando dalle città antiche e passando poi alle città medievali in Occidente e in Oriente. Le città vengono da lui investigate nei termini sia delle loro relazioni con le altre città sia delle relazioni fra le parti della società urbana colte come parti costituenti dell’ordine sociale e politico.

          Nella sua analisi, Weber osserva che più o meno dappertutto si è realizzata, nell’antichità, una forma di capitalismo subordinato alla politica, che egli chiama capitalismo politico. A un certo momento nella loro storia, e in Occidente ciò è accaduto perlopiù nel Medioevo, alcune città sono passate a una forma di capitalismo di mercato, non subordinato alla politica, che Weber chiama capitalismo razionale, mai prodottosi nell’antichità: è la città medievale, quella per Weber che costituisce l’idealtipo della città. L’importanza della città medievale deriva, secondo Weber, dall’importanza commerciale, e non da quella militare: è una città in cui i cittadini sono governati da gruppi che provengono dal mondo degli affari, e non da quello religioso; è una città in cui l’autorità poggia su una scelta razionale, e non su una base carismatica.

          Weber vede la città come un oggetto multidimensionale composto di parti interrelate, da studiare sotto più prospettive: sociologica, economica, politica e amministrativa. Egli, come Simmel, critica la città come metropoli, paradigma di una vita disumanizzata in cui vengono distrutte le basi delle relazioni sociali. Respinge però l’idea di Simmel che la città sia definita anche dalle proprie dimensioni, e ne dà una concettualizzazione nella quale integra vita pubblica e vita privata, attività imprenditoriale e attività religiosa. Secondo la prospettiva economica di Weber, la città è il centro del commercio, considerando che le città reali costituiscono dei tipi misti fra la città del consumatore e quella del produttore e che si distinguono secondo la componente predominante.

          All’incirca nello stesso periodo, in America si forma ed esercita un ruolo importante la Scuola sociologica di Chicago. A partire dalla fine degli anni Dieci del Novecento, essa attinge l’apice dell’originalità e del successo sul piano scientifico.

          Contributi scientifici di più aree disciplinari fertilizzarono tali studi. I ricercatori utilizzarono la teoria dell’ecologia urbana, la quale proponeva che le città fossero analizzate come sistemi, che nel linguaggio di oggi diremmo complessi, proprio come avveniva per i sistemi ecologici naturali. Un elemento di novità era costituito dal fatto che le città erano studiate utilizzando approcci darwinisti di tipo evolutivo, secondo i quali la competizione nel sistema urbano era all’origine della selezione di alcune caratteristiche della città. Questo approccio evidenziava, in particolare, la competizione per lo spazio e per le risorse tra diversi gruppi sociali o etnici, nonché i processi che conducevano alla formazione di vere e proprie nicchie ecologiche di particolari gruppi della popolazione. Si osservava infatti, per fare un esempio, che i gruppi di popolazione

          che si erano arricchiti, si spostavano verso zone periferiche, che diventavano zone di pregio, avendo abbandonato il centro urbano, nel quale si formavano aree di degrado sociale ed economico. Inoltre, attraverso quest’approccio, si cercava di spiegare i problemi sociali dell’epoca posti dalla criminalità, dalla delinquenza giovanile e dal vagabondaggio, che erano visti come meccaniche conseguenze (e questo forse costituisce il principale limite delle analisi) della disoccupazione e della povertà.

          Gli studiosi della Scuola di Chicago furono i primi ad affrontare lo studio sistematico della città dal punto di vista sociologico attraverso l’analisi empirica diretta della società urbana. La Scuola si impegnò nello studio delle relazioni interetniche e della delinquenza nelle grandi città degli Stati Uniti, in particolare a Chicago, sede di un’intensa immigrazione, proveniente sia dall’Europa sia dal sud degli Stati Uniti. Chicago costituiva, infatti, per quelle ricerche un vero e proprio laboratorio sociale, all’interno del quale investigare cause ed effetti dei problemi, appunto sociali, scatenati dai massicci cambiamenti che, da città commerciale e portuale, l’avevano rapidamente trasformata in grande città industriale2.

          La Scuola di Chicago, adottando la visione sistemica della società, in cui sono le spinte che originano dal basso, cioè dagli individui in interazione, a determinare la dinamica, sviluppa una visione sostanzialmente ottimista dell’immigrazione, in quanto tale visione considera la diversità, se opportunamente sostenuta con opportune politiche di integrazione, come una fonte di arricchimento della società, e concepisce e propugna un individuo che diventa un ibrido culturale: un individuo che condivide intimamente sia la cultura del Paese di origine sia quella del Paese di arrivo, anche se non è mai pienamente accettato in nessuna delle due.

          Tra le conclusioni più importanti della visione sistemica adottata dalla Scuola sociologica di Chicago, tutte di gran lunga anticipatrici di posizioni successivamente elaborate con fatica in altri ambienti di ricerca, si sottolinea quella secondo cui il meticciato, che deriva dall’eterogeneità della popolazione, è in realtà un arricchimento della società, non un suo impoverimento. L’eterogeneità rende il sistema sociale vivo, lo tiene in continua evoluzione e lo rende flessibile, più facilmente adattabile a imprevedibili mutamenti dell’ambiente in cui il detto sistema è contenuto, di quanto sarebbe se esso fosse omogeneo. Un sistema sociale ibrido è un sistema complesso dotato di una resilienza maggiore rispetto a quella di un sistema sociale costituito da individui tutti simili fra loro, meno adattabile, sostanzialmente più fragile. Merito fondamentale degli studiosi della Scuola di Chicago è proprio quello di essere stati i primi a sostenere l’importanza di mantenere e gestire quella che, nel linguaggio odierno, si definisce la complessità dei sistemi sociali, ora universalmente riconosciuta come un valore.

           

          Come gli studiosi hanno osservato da tempo, le città investite dal processo di crescita dell’industria, contrassegnato dal capitalismo razionale, in più casi hanno sofferto lo sconquasso del tessuto urbanistico e architettonico formatosi nei secoli precedenti. Numerosi studiosi, anche in epoca più recente, hanno studiato il declino, nell’epoca della crescita industriale, di taluni aspetti della qualità della vita nelle città, sotto diversi punti di vista3. La giornalista americana Jane Jacobs denunciò vigorosamente negli anni Sessanta, in un libro di grandissimo e duraturo successo, il progressivo decadimento della qualità della vita nelle grandi città americane, particolarmente evidente negli anni in cui scriveva (Jacobs, 1961; si veda anche Bertuglia e Vaio, 2009, 2011a, 2011b). La Jacobs sosteneva che l’essenza della forma urbana sia la ‘complessità organizzata’. L’evoluzione della città è da considerare come un problema di complessità organizzata: le città sono descritte da numerose variabili, le quali cambiano valore continuamente, e sono inestricabilmente intrecciate fra loro. La pianificazione urbana, sosteneva la Jacobs, si era impantanata in una sostanziale incomprensione della natura stessa del problema affrontato, che era visto poco più che come una questione meccanica, laddove le scienze della vita avevano già sviluppato l’idea centrale della complessità organizzata che era quella di cui la pianificazione urbana aveva bisogno. La complessità organizzata, come diremo nel paragrafo 4, diventerà in anni successivi il nucleo da cui si svilupperà la nuova idea dell’autorganizzazione assistita dei processi sociali, l’idea secondo la quale i processi sociali debbano essere lasciati evolvere soggetti alla proprie spinte interne, ‘dal basso’, assistiti da regole precise, ma non dirigisticamente forzati dall’esterno.

          Nel quadro delle teorie urbane degli ultimi decenni del Novecento, particolare attenzione deve essere rivolta alla concezione della città proposta dal filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre. Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, Lefebvre elaborò una teoria della città, con riferimento alle problematiche connesse all’utilizzo dello spazio urbano e al senso stesso dello spazio, singolare per l’originalità della visione sistemica anticipatrice di molte delle concezioni della complessità e dell’autorganizzazione dei sistemi che seguiranno (si vedano, su questo tema, i lavori degli anni 1968, 1972, 1974).

          Lefebvre denunciava, in quegli anni, ciò che egli chiamava ‘la miseria dell’habitat’ e la miseria dell’abitante della città, sottomesso a una quotidianità perlopiù organizzata ‘dall’alto’ da una forma di potere che poco teneva conto della visione sistemica e delle spinte, che oggi chiameremmo autorganizzative, provenienti dal basso. Lefebvre avanzava la tesi secondo cui le pratiche della pianificazione urbanistica e della progettazione architettonica, benché fossero generalmente percepite come forme di positiva razionalizzazione, in realtà erano implicate nelle strategie di dominio imposte ‘dall’alto’. Affermava, in altre parole, che esisteva un nesso tra il sapere analitico riconducibile alla pianificazione urbanistica e alla progettazione architettonica e la costruzione di uno spazio urbano segnato da pratiche di separazione che determinavano esclusione. L’essere umano, per Lefebvre, ha dei bisogni antropologici che non erano

          presi in considerazione dalle riflessioni teoriche sulla città e sulla sua organizzazione, come per esempio il bisogno dell’immaginario. Lefebvre esprimeva così la necessità dell’affermazione di un nuovo diritto che egli chiamava ‘il diritto alla città’, inteso come il diritto a una buona qualità della vita urbana, il diritto a prendere parte alla vita urbana, a far parte di un processo collettivo autorganizzativo di civilizzazione che si riflette nello spazio urbano (Lefebvre, 1968, 1972).

          Nel suo celebre libro «La production de l’espace» (1974), Lefebvre propone e argomenta l’idea dello spazio come prodotto della società. Ciascuna società produce il proprio spazio, uno spazio che le corrisponde: è in esso che si ha la riproduzione delle relazioni sociali, le relazioni che strutturano la società come sistema complesso. Nell’accezione di Lefebvre, lo spazio è un prodotto sociale che contiene elementi molto diversi tra loro: naturali e culturali, canali di scambio di materiali e di informazioni. Lo spazio si costituisce dunque come un insieme di relazioni in cui il soggetto si colloca, mettendo in atto pratiche di produzione e di consumo che si adeguano alle trasformazioni in cui il sistema spaziale incorre.

          Per Lefebvre, lo spazio, prodotto sociale, consiste di tre elementi: (i) lo ‘spazio percepito’ (le perçu): è costituito dalle pratiche spaziali della quotidianità e dai modi in cui gli spazi vengono utilizzati; (ii) lo ‘spazio concepito’ (le conçu): sistema di segni elaborato intellettual­mente da scienziati, pianificatori e urbanisti, è costituito dalle rappre­sentazioni dello spazio che comprendono i disegni prodotti e i luoghi immaginati, così come le manifestazioni materiali di quei disegni nell’ambiente edificato, cioè la stessa forma urbana; (iii) lo ‘spazio vissuto’ (le vécu): costituito dai valori simbolici degli abitanti, è legato alla creatività artistica ed è vissuto attraverso immagini e simboli che diventano strumento per l’immaginazione. I tre elementi, le perçu, le conçu e le vécu, interagendo e integrandosi, esprimono la continuità dell’evoluzione della sfera pubblica e offrono una descrizione dei differenti modi in cui gli individui interagiscono nello spazio pubblico: una descrizione alternativa rispetto alla tradizionale e semplicistica visione dello spazio pubblico. I tre momenti della spazialità teorizzati da Lefebvre costituiscono uno spazio, diciamo così, antiegemonico per il dialogo critico.

          Poiché ogni società produce il proprio spazio, la città del mondo antico non può essere compresa, per Lefebvre, come un semplice agglomerato di persone e di cose collocato nello spazio: il clima intellettuale della città antica era in stretta relazione con la produzione sociale della propria spazialità. Max Weber vedeva la città medievale come uno spazio destinato a permettere ai mercanti di operare, una città per la borghesia, dove i borghesi stipulano gli accordi, dove è insediato il potere politico e si esercita il diritto in tutte le sue forme, fra le quali il diritto alla proprietà. Lefebvre sostiene che la città del Novecento, invece, non è più la città della borghesia, perché la città del Novecento, con i suoi sistemi pubblici per il trasporto, la salute, le case popolari e le scuole pubbliche, è divenuta la città anche della forza-lavoro organizzata, cioè lo spazio che organizza i lavoratori e la loro attività politica. Le città sono divenute spazi che fanno emergere sia una forza sociale che rappresenta l’impronta urbana del capitale globalizzato, la quale modifica lo spazio urbano nella sua materialità e lo trasforma in spazio politico, sia una forza politica che è un amalgama dei ‘socialmente svantaggiati’,

          la quale produce il politico attraverso la materialità dello spazio urbano.

          Elemento fondamentale del pensiero di Lefebvre è inoltre, nel quadro del concetto delineato di spazio come produzione sociale, l’idea che la natura dello spazio urbano si fonda sulla relazione tra due concetti fondamentali: l’opera, intesa come valore d’uso, e il prodotto, inteso come valore di scambio. L’opera è qualcosa di unico, creato attraverso un processo che non si esaurisce nel solo lavoro, ma lo completa con un apporto creativo. Il prodotto è invece il risultato di gesti ripetitivi, è riproducibile, è il frutto di un percorso di fabbricazione fondato sul solo lavoro. La differenza fra i due concetti è essenzialmente nella natura e nelle forme del processo di produzione e delle relazioni sociali che vi intervengono. L’opera si riferisce a un’attività che coinvolge orizzontalmente tutta la società. Il prodotto si riferisce, invece, a processi gerarchicamente strutturati. Il prodotto è il frutto di un’intenzionalità, in cui si procede da un pensiero astratto a un oggetto reale, che ne è la traduzione materiale, in un percorso unidirezionale che prevede un rapporto ben definito fra un gruppo dominante, che concepisce e formula l’idea, e un gruppo dominato, che esegue. Secondo Lefebvre, la capacità creativa, al contrario, è sempre riferita a una comunità, alla sua pratica sociale fatta di idee, pulsioni, strategie diverse; capace, tuttavia, di esprimersi in un progetto sociale unitario, che si esplica in uno spazio urbano di cui tutti i cittadini si sentono parte, come componenti di un sistema che li coinvolge individualmente e che evolve spinto ‘dal basso’, autorganizzandosi e producendo la creazione sociale: l’opera. L’opera è il frutto di un sistema simbolico condiviso, di un processo di sedimentazione sociale, di una sorta di movimento di creatività sociale diffusa. La società urbana, che quando crea l’opera si trova nella sua fase migliore, è vista da Lefebvre come un sistema di individui in interazione l’uno con l’altro, paritetici fra loro: la città ‘bella’, la città-opera, è il frutto dell’autorganizzazione del sistema sociale dei cittadini messo in moto dal basso.

          Per Lefebvre, è la qualità della relazione tra potere e collettività che determina l’esito del processo generativo dello spazio urbano. Quando il potere si limita a comandare, costringendo la collettività alienata alla sola esecuzione, spezzando così la relazione fra totalità della popolazione e processo, allora la città non diventa opera, bensì prodotto subordinato al mercato e al profitto. La città-opera è una città in cui lo spazio fruisce di un surplus speciale, quello conferitole dallo stile che la caratterizza, che la rende ‘bella’ e che rende gradevole abitarvi. Esempio emblematico di città-opera, per Lefebvre, è Venezia, ma lo stesso si potrebbe dire per numerose altre città-opera medievali e rinascimentali italiane, in particolare, e anche europee (su questo punto, si vedano ad esempio: Secchi, 2000, 2005; Le Galès, 2002; Bocchi e Ceruti, 2009; Bocchi e Peters, 2009). Ed è proprio da quel surplus, che è dato dallo stile della città-opera condivisa, che si genera l’affezione collettiva allo spazio urbano; è il contributo generale e condiviso alla sua bellezza che è all’origine di un fondamentale senso di comune appartenenza civica4.

          Per secoli la città è stata un equilibrio fra opera e prodotto. Ciò non ha significato una diminuzione del conflitto sociale fra chi detiene il potere e chi lo subisce, ma il riconoscimento di un terreno di contesa condiviso: le lotte politiche tra popolo e aristocrazia per secoli hanno avuto per terreno e posta in gioco la città. In questo senso, Lefebvre vede la città come un fenomeno di autorganizzazione delle azioni degli individui, sia del popolo sia dell’aristocrazia, che la costituiscono. La rottura di questa storia urbana è avvenuta, per Lefebvre, con il processo di industrializzazione. L’industrializzazione ha generato un travolgente processo di urbanizzazione, in una città che è diventata solo prodotto e non più opera: una «urbanizzazione disurbanizzante e disurbanizzata» (come la chiama Lefebvre, 1968), che ha devastato la città tradizionale e ha rotto l’equilibrio fra opera e prodotto, sottomettendo la prima al secondo.

           

          3. Le reti di città e le global cities

          Il recente interesse per le realtà urbane come fenomeno globale nasce e si sviluppa nel contesto delle analisi sulla globalizzazione. Se è vero che i grandi centri urbani hanno da sempre svolto, in qualche misura, un ruolo di attori politici ed economici anche autonomamente rispetto agli Stati-nazione, è vero anche che negli ultimi due decenni, con la fine dell’ordine mondiale bipolare e l’emergere di una nuova forma di governance mondiale, si definisce una nuova chiave di lettura del fenomeno urbano contemporaneo visto alla scala mondiale: quella racchiusa nel concetto di città globale. Gli studiosi danno interpretazioni diverse di questo nuovo concetto, soprattutto sul piano dell’evoluzione storica, ma tutti riconoscono che è basandosi sulle attuali reti transnazionali di comunicazione immateriale di informazioni e di capitali che si produce la mondializzazione sia dell’economia sia dello stesso fenomeno urbano: la città che si estende, in modo virtuale, ben oltre i propri confini storici e geografici, svincolandosi in larga misura dal legame con il territorio su cui è sorta, e intrecciando stretti legami con altre città, anche geograficamente lontane.

          Il sociologo inglese Anthony King (1990a, 1990b, ed. 1996) è tra i primi a utilizzare l’espressione ‘global city5, attribuendo ai centri urbani un ruolo cruciale in relazione alla nuova distribuzione dei flussi di informazioni e di capitali nell’economia globale. Per King le città globali sono le basi delle grandi banche e delle corporazioni multina­zionali: da queste basi si irradia la rete di comunicazioni elettroniche e informatiche attraverso le quali viaggiano le decisioni fondamentali in ordine all’economia mondiale e lungo le quali i capitali sono messi in movimento. Secondo King, le città globali non sono una conseguenza diretta della transnazionalizzazione dell’economia, ma sono un risultato del colonialismo. Quelle che oggi sono città globali, sono state, in passato, città imperiali, come Parigi, Londra e, seppur in misura minore, Madrid e Lisbona. Centri quindi di imperi coloniali e crocevia di commerci, capitali e informazioni. A queste si vanno ad

          aggiungere quelle che King definisce città coloniali, come Hong Kong, New York, Sidney: città che hanno svolto il ruolo di snodi politici e commerciali fondamentali per il controllo delle colonie.

          La global city, in questa visione, sorge dalla posizione occupata dalla città originaria nello scenario globale lungo secoli di storia. La città globale è tale indipendentemente dalla sua dimensione rispetto allo Stato di cui è parte, e lo è esclusivamente in virtù del suo essere nodo di una rete globale, quindi transnazionale, di flussi di informazioni e di capitali.

          Nel solco di questa analisi si colloca e dispiega l’ampia elaborazione della sociologa americana Saskia Sassen (1994, 2006, 2007). La Sassen focalizza l’attenzione sulle città globali in quanto luoghi materiali di concentrazione di beni e servizi i quali, nell’economia globale, non sono diventati virtuali, ma si sono rilocalizzati. Indipendentemente dalla loro storia come centri commerciali e finanziari internazionali, queste città operano oggi in quattro modi: (i) come centri direzionali di organizzazione dell’economia globale; (ii) come località chiave per le società di servizi finanziari; (iii) come luoghi di produzione e di innovazione nei settori avanzati; (iv) come mercati per i prodotti e le innovazioni che esse creano.

          A partire da un’analisi sociale, economica e territoriale, l’autrice osserva che New York, Londra e Tokio, presentano più affinità tra loro di quanta ne esista tra ciascuna di loro e lo Stato di cui essa fa parte o di cui addirittura è capitale. L’autrice osserva anche che i flussi di informazioni e di capitali fra le tre città sono più intensi dei corrispondenti flussi fra ciascuna di esse e il territorio dello Stato cui appartiene. Ne conclude che si assiste alla formazione di un sistema urbano transnazionale, costituito principalmente da queste tre città; sistema nel quale si vanno via via inserendo altre città che sempre più assumono le caratteristiche di poli internazionali, come, ad esempio, Amsterdam, Parigi, Sidney, Zurigo e Milano. Tutte città, queste, che vivono prevalentemente in una dimensione transnazionale nella quale sono facilmente riconoscibili crescenti affinità di tipo sociologico e sono riscontrabili intensi flussi di informazioni e capitali.

          L’analisi della Sassen presenta due elementi peculiari. In primo luogo, la riflessione si articola sul ruolo dello Stato nell’economia globale. Per la Sassen assistiamo a una riarticolazione dei poteri, nella quale lo Stato è ancora attore di primo piano, in un processo di deregolamentazione, attraverso il quale i governi nazionali consentono e favoriscono la transnazionalizzazione dell’economia. La deregolamentazione è un veicolo per il cui tramite un numero crescente di Stati favoriscono la globalizzazione economica. La deregolamentazione e le politiche affini costituiscono gli elementi di un nuovo regime giuridico, dipendente dal consenso degli Stati, avente l’obiettivo di favorire la globalizzazione (Sassen, 1994). Si va configurando così un nuovo assetto di poteri a livello globale: è proprio in questo assetto che assume rilevanza, per la Sassen, la città come fattore e luogo della produzione nell’economia globale, la quale non si è virtualizzata del tutto, ma continua a essere legata a necessità contingenti sia di carattere cognitivo sia relative ai servizi e alla produzione materiale (Sassen, 1994).

          Il secondo elemento peculiare dell’analisi della Sassen è che le città globali non sono solo nodi di scambio di informazioni e di capitali, ma sono anche e soprattutto luoghi di relazioni e conflitti sociali e, in quanto tali, terreno strategico dell’attività tanto del capitale quanto della società civile globale (Sassen, 2006). Ci sono una varietà di organizzazioni

          impegnate su tematiche transnazionali, come l’immigrazione, il diritto d’asilo, le lotte per una globalizzazione di diverso tipo. Sebbene tali organizzazioni non siano necessariamente urbane per nascita e orientamento, la geografia delle loro operazioni è incardinata in un gran numero di città (Sassen, 1994).

          Strettamente connessa all’elaborazione della Sassen, è l’analisi del fenomeno delle global cities del sociologo catalano Manuel Castells, il quale sviluppa la propria riflessione sulle global cities muovendosi all’interno del quadro, che egli concorre a creare, della network society. Secondo Castells (1989, 1996-1998; si veda anche Borja e Castells, 1997), la città è globale in virtù del suo ruolo di nodo nella rete globale dei flussi informativi. Il sistema delle città è stato profondamente influenzato dalla rapida globalizzazione mondiale e dallo spostamento delle economie avanzate dalla produzione di beni materiali alla produzione, gestione e comunicazione dell’informazione; una trasformazione che per Castells (1996-1998) è importante quanto lo fu il passaggio dall’economia agricola a quella industriale nel Settecento e nell’Ottocento. Nei Paesi sviluppati, una larga maggioranza dell’occupazione è nei servizi, in particolare in quelli legati all’informazione, e questo secondo percentuali in crescita da decenni. Questo processo ha ulteriormente accresciuto l’importanza delle città gerarchicamente più in alto, le città mondiali, addirittura aggregandole in un’unica città globale, una rete di nodi urbani, a differenti livelli e con diverse funzioni, che si estende su tutto il pianeta e funge da centro nervoso della nuova economia: un sistema interattivo in cui le imprese e le città si devono continuamente adattare. I mutevoli rapporti con questa rete determinano, in larga misura, il destino delle città della rete e, naturalmente, dei loro abitanti (Castells, ed. 2004).

          Castells, dunque, estende la visione della Sassen: per Castells esiste un sistema urbano globale che configura di per sé un’unica global city reticolare. In questo quadro, la città perde la sua dimensione di luogo, con la sua storia e le sue caratteristiche socioculturali e geografiche. Castells non ritiene, tuttavia, che queste caratteristiche si siano del tutto dissolte nella globalità del sistema urbano, anzi riconosce l’esistenza di una tensione tra la globalità dello spazio dei flussi e la dimensione fisica delle città. Stiamo assistendo infatti a una crescente importanza dello spazio dei flussi, che stabilisce un collegamento elettronico tra luoghi fisicamente separati e crea una rete di relazioni tra attività e individui, rispetto allo spazio fisico che organizza le esperienze nei limiti della collocazione geografica. Le città vengono contemporaneamente strutturate e destrutturate da queste due logiche. La metropoli non si annulla nelle reti virtuali, ma si trasforma attraverso l’interazione tra comunicazione elettronica e relazioni fisiche (Castells, ed. 2004). Questa tensione fa sì che le città siano arene politiche globali, in conseguenza dell’emergere in esse di attori sociali che agiscono avendo per scopo l’acquisizione di nuovi diritti.

          Secondo Castells, l’internazionalizzazione delle grandi città si riflette, in termini istituzionali, nella partecipazione attiva dei governi urbani e dei principali artefici dello sviluppo locale alla vita internazionale. Questo avviene, ad esempio, attraverso l’adesione ad associazioni di città, partecipazione a reti, sviluppo di un marketing cittadino e presenza a eventi internazionali. La transnazionalizzazione dei flussi economici e cognitivi, congiuntamente alla riduzione dei poteri dello Stato-nazione, sta quindi disegnando una nuova geografia politica globale in cui a dominare la scena è un sistema urbano i cui nodi sono articolati essenzialmente in ragione delle esigenze dell’economia.

          Ci troviamo di fronte, per la prima volta nella storia dunque, a città, le global cities, che sono il prodotto di un’economia globale e vivono indipendentemente dal loro territorio. Alcune di queste global cities non hanno neppure un proprio territorio né un proprio mercato, come è il caso di Singapore e, almeno fino a quando non è stata integrata nella Repubblica Popolare Cinese, è stato il caso di Hong Kong; altre global cities si trovano addirittura in Paesi poveri, in via di trasformazione, come Kuala Lumpur e Città del Messico.

           

            4. La complessità in ambito urbano, l’autorganizzazione assistita

              Da alcuni decenni la prospettiva della complessità è penetrata sia nelle scienze della natura sia in quelle della società; fra queste ultime, anche nelle scienze urbane e regionali (si vedano, per citare solo alcuni esempi: Pumain, Sanders e Saint-Julien, 1989; Donato e Lucchi Basili, 1996; Bertuglia e Vaio, a cura di 1997; Nijkamp e Reggiani, 1998; Bertuglia e Staricco, 2000; Bertuglia e Vaio, 2003, 2005, 2009, 2011a, 2011b, 2011c; Batty, 2005, 2008; Reggiani e Nijkamp, eds. 2006; Lane ed altri, eds. 2009). In quest’approccio, si mostra che i sistemi in disequilibrio, in quanto soggetti a continui flussi di scambio con l’ambiente e caratterizzati da interazioni non lineari fra gli elementi che li compongono, sono capaci di autorganizzarsi e generano endogenamente fenomeni imprevedibili e inattesi, detti fenomeni emergenti. I feedback positivi, in generale, non riconducono il sistema a uno stato di equilibrio precedentemente abbandonato, e giocano un ruolo determinante nella comparsa di nuove strutture e nuovi stati di equilibrio, a priori non calcolabili in una visione riduzionista. I fenomeni di autorganizzazione sono innumerevoli: dal formarsi dei vortici in un fluido, in particolari condizioni, al volo degli storni quando, senza alcun coordinamento centrale imposto da un leader, ma solo per effetto dell’osservazione, da parte di ciascun individuo, del comportamento dei propri vicini immediati, danno origine alle evoluzioni coordinate dello stormo, tipico esempio di fenomeno emergente in un sistema complesso autorganizzativo.

              Si sono avuti sviluppi nella teoria dell’autorganizzazione in più aree disciplinari, soprattutto in quelle che attengono allo studio della società, e sul ruolo che i processi cognitivi svolgono in campo economico e sociale, cioè sull’effetto prodotto da tutti i singoli eventi che portano alla formazione della conoscenza. L’acquisizione di conoscenza in un individuo, infatti, procede attraverso molteplici percorsi culturali e intellettuali fra loro interconnessi, determinati fra l’altro dalle particolari comunità sociali a cui l’individuo appartiene e dalle particolari esperienze che egli compie. Si è così rivolta una crescente attenzione allo studio delle condizioni sotto le quali si ha l’emergenza di nuove strutture per effetto delle interazioni locali non lineari fra individui adattivi, cioè fra individui capaci sia di decidere secondo regole fisse sia di apprendere e di modificare (adattare) il proprio comportamento in seguito all’interazione con altri individui e con l’ambiente.

              Fra i numerosi ambiti in cui le nuove idee della complessità, in particolare l’emergenza e l’autorganizzazione, maggiormente richiamano l’attenzione degli studiosi, figura e occupa una posizione sempre più di rilievo il contesto urbano, soprattutto riguardo alle problematiche relative alla gestione della città come sistema complesso. Uno dei problemi più spinosi che negli ultimi decenni si sono presentati nelle grandi aree urbane, ad esempio, è il problema dell’insoddisfacente qualità della vita. Esso ha assunto in Italia una particolare connotazione che le è tipica, legata non solo agli aspetti sociologici, ma anche al disagio per il logoramento della bellezza della città, e potremmo aggiungere anche del paesaggio in generale (Settis, 2010), dolorosamente avvertito in molte città6. In Italia ciò è dovuto non solo allo sviluppo industriale che ha caratterizzato molte città, al pari di molte città europee e nordamericane, particolarmente fino agli anni Sessanta, ma anche, e talora soprattutto, a seguito di danneggiamenti provocati da alcuni decenni di colpevole incuria del paesaggio urbano e rurale (Bianchetti, 2011). Si lamentano edificazioni sovrabbondanti rispetto al fabbisogno, in più casi realizzate con scarso rispetto delle buone regole, talora in modo incontrollato per l’assenza di piani urbanistici o a causa di piani e di comportamenti che troppo concedevano a pressioni di vario tipo, quando non addirittura abusi edilizi in spregio alle norme e ai piani esistenti. E questo malgrado vi siano stati alcuni significativi tentativi e talora atti legislativi volti a regolare il mercato delle aree urbane7.

              La fondamentale novità introdotta dalla prospettiva della complessità in ambito urbano è proprio che la complessità, sottolineando l’importanza dell’emergenza endogena di nuove strutture come esito delle interazioni locali non lineari fra individui adattivi che agiscono in un sistema complesso, come è la città, evidenzia l’importanza del fenomeno dell’autorganizzazione ‘dal basso’. Essa indica come tale fenomeno debba essere tenuto prioritariamente in conto da parte degli attori cui è assegnato il compito di operare nel, e talora sul, sistema urbano, per accompagnarne, assisterne e influenzarne l’evoluzione, allo scopo di perseguire una o più finalità, come, per dire, un elevato livello della qualità della vita.

              A tal riguardo, occorre mettere in grande evidenza quanto segue:

              • in primo luogo, i detti attori devono imparare a cooperare con i processi spontanei di organizzazione, comunemente indicati come processi di autorganizzazione (i quali costituiscono una delle manifestazioni più significative della prospettiva della complessità), attraverso azioni che lascino agli stessi processi spontanei la possibilità di manifestarsi e agire appieno;

              • in secondo luogo, sempre i detti attori devono imparare ad assistere i processi spontanei di organizzazione, momento per momento, supplendo a quella carenza di efficacia e comunicazione che si determina particolarmente nei sistemi urbani che sono cresciuti molto e molto velocemente;

              • infine, gli attori di cui sopra, sempre continuando a rispettare e a stimolare la capacità di autonomo adattamento del sistema urbano, possono e devono, quando se ne riconosca la necessità, introdurre spunti organizzativi estranei al sistema urbano stesso.

              In conseguenza di tutto quanto sopra, si può e deve parlare di autorganizzazione assistita, ove l’espressione ora introdotta sta a segnalare che gli attori di cui si è detto, e che per quanto detto possono essere indicati come attori di assistenza al sistema urbano, cercano di introdurre nel sistema urbano un principio d’ordine che risente di una supervisione razionale esterna, la quale però, lo si ribadisce, opera nel rispetto e nell’assecondamento, nella misura massima possibile, della capacità di autonomo adattamento del sistema urbano (si veda: Bertuglia e Vaio, 2011b, 2011c).

              Si insiste su quanto da ultimo perché sta a sottolineare come e quanto la pratica dell’autorganizzazione assistita si differenzi dalla pratica della pianificazione tradizionale (ove tradizionale sta a indicare brevemente il filone storicamente determinatosi della pratica in oggetto e non sottintende alcuna specifica valutazione di merito diversa da quella che immediatamente segue), contrapponendo al dirigismo, talora troppo insistito di quella, l’attenzione, il rispetto, l’assecondamento, la formazione, l’aiuto, in breve l’assistenza di cui essa è portatrice, e che la rende più idonea anche in situazioni tra loro molto diverse, sia per istituzioni sia per culture. Esempi in cui l’autorganizzazione ‘dal basso’ dei cittadini ha generato città ‘belle’, ribadiamo, sono frequenti nelle città medievali europee e, in particolare, italiane come Siena8, Venezia, Firenze e Gubbio (oltre a Weber e Lefebvre già citati al paragrafo 2, si veda: Benevolo, 1993; Secchi, 2000, 2005; Le Galès, 2002; De Seta, 2010; Romano, 2010).

              Mentre si pone l’accento su una differenza tra la pratica dell’autor­ganizzazione assistita, la cui peculiarità discende direttamente dalla prospettiva della complessità, e la pratica della pianificazione tradizionale, si ritiene di non dover perdere di vista che la riconosciuta differenza, probabilmente, non è tale da far escludere possibili sinergie tra le due pratiche, in particolare fra la pratica dell’autorganizzazione assistita e la versione della pratica della pianificazione tradizionale indi­cata come pianificazione strategica, la quale si è costituita nell’ultima parte del Novecento, fondamentalmente nel corso del tentativo, che essa ha condotto, di misurarsi con il problema della deindustrializzazione e che, nell’ambito di detto tentativo, si è posta il problema di proporsi come veicolo per far emergere le idee dei cittadini e farle convergere verso obiettivi condivisi (si veda: Pugliese e Spaziante, a cura di 2003; Bianchetti, 2011). Quest’ultima pratica porta con sé l’esperienza accumulata in un tentativo molto impegnativo. La pratica dell’autorganizzazione assistita porta con sé, come prima si è fortemente sottolineato, l’attenzione a non forzare i processi di organizzazione spontanea degli attori (Lefebvre, 1968, 1972; Benevolo, 1993, a cura di Erbani 2011; Le Galès, 2002; Campos Venuti, a cura di Oliva 2010; De Seta, 2010; Romano, 2010).

              La difficile situazione delle aree urbane italiane cresciute rapidamente e in modo spesso insufficientemente controllato, soggette al peso della rendita assoluta9, è stata segnalata da tempo (vedi, tra gli altri: Benevolo, 1963, 1993, a cura di Erbani 2011; De Lucia, 1989; Calafati, 2009; Campos Venuti, a cura di Oliva 2010; Settis, 2010). Nel non confortante quadro generale dell’urbanistica praticata in Italia, si riconoscono tuttavia alcuni casi di controllo attento dello sviluppo urbano, condotto su basi non dirigistiche, attraverso piani regolatori concepiti in modo da quantomeno scoraggiare

              l’azione della speculazione privata. Tali sono stati i piani regolatori, degli anni Settanta, di città, per fare qualche esempio, come Bologna, Brescia, Como, Ferrara, Matera, Modena, Venezia.

              Nel corso degli anni Ottanta, cominciò a farsi largo la tendenza a rinunciare alle regole in campo urbano, intravedendo in ciò, a torto, la possibilità di favorire l’invenzione e la creatività, con esiti nefasti. In realtà, sono l’imposizione e il rigoroso rispetto di regole severe a sfidare e a stimolare l’invenzione e la creatività, e sono le regole severe a migliorare anche i processi di autorganizzazione, fra gli altri quelli di autorganizzazione assistita (chiamata anche organizzazione progettata). Infatti, il piano regolatore di Brescia, alla cui redazione fu chiamato nel 1970 Leonardo Benevolo, allora professore all’Università di Roma, è stato un emblematico esempio di piano regolatore fondato sulla visione della città come sistema complesso, come diremmo oggi, improntato al riconoscimento e alla gestione delle forze provenienti ‘dal basso’, e per questa via alla creazione di condizioni per l’auto­realizzazione delle esigenze dei cittadini residenti. Ciò, fra l’altro, provocò la rottura dell’alleanza fra costruttori e mercanti di aree, e favorì la realizzazione di un’alleanza fra costruttori e utenti (si veda: Benevolo, a cura di Erbani 2011). L’idea centrale del piano regolatore di Brescia non fu quella di scegliere un modello, contrapponendo in astratto un modello ad altri modelli. Fu invece quella di far arrivare i cittadini (gli agenti urbani) a progettare un ambiente civile e integrato, adatto alle necessità e alle esigenze dei singoli individui, delle famiglie, degli altri agenti urbani e della società, partendo da un interesse primario: la qualità della vita. L’idea seguita fu quella che l’urbanista debba accompagnare la crescita della città, assistendola con uno sguardo complessivo e unitario garantito dalla mano pubblica, lasciando agire le forze spontanee ‘dal basso’, che devono essere correttamente identificate, senza imporre direttive ‘dall’alto’, ma limitando l’intervento alla definizione di regole condivise (Benevolo, a cura di Erbani 2011). Lasciare dunque che il sistema urbano evolva spontaneamente, in una forma di autorganizzazione assistita. In considerazione di ciò, nel piano di Brescia, si scelse, diversamente da quanto si andava facendo, nella più parte dei casi, in Italia, di tenere basso il limite del nuovo edificato, incaricando l’Amministrazione comunale dell’acquisto degli edifici degradati del centro storico. Questi venivano ristrutturati a spese pubbliche, e poi rivenduti a prezzi controllati a privati che andavano a risiedervi. Vi si prevedeva anche che le nuove edificazioni sarebbero state fatte su terreni periferici acquistati dal Comune a prezzi di mercato, urbanizzati a spese pubbliche e, dopo l’urbanizzazione, rivenduti a prezzi controllati per un numero di nuove edificazioni fondato su prospettive realistiche di crescita della popolazione.

              Un altro esempio di processo di autorganizzazione ‘dal basso’ dei sistemi urbani è avvenuto in alcune aree dei centri storici degradati di numerose città italiane di medie e grandi dimensioni, nelle quali si è assistito, negli ultimi tre o quattro decenni, a un fenomeno che ha portato a un progressivo recupero di tali aree dal degrado in cui esse erano cadute.

              Si tratta della cosiddetta gentrification10 dei centri storici, un fenomeno sociale ed economico spontaneo, originato dalle singole decisioni di singoli agenti, le cui scelte influenzano quelle di altri agenti, in una tipica forma di autorganizzazione sociale bottom-up.

              La gentrification è un fenomeno diffuso in numerose città europee e nordamericane. Le cause sono varie e possono essere ricondotte, ad esempio, a motivazioni demografiche, motivazioni culturali legate ai cambiamenti di gusto e alle mode, motivazioni politico-economiche riferibili all’eccessivo apprezzamento o all’indisponibilità di abitazioni in aree suburbane di livello elevato, motivazioni riferibili alle reti sociali di comunità che si formano intorno a figure leader come artisti e personaggi dello spettacolo (Palen e London, 1984).

              In Italia si osservano numerosi casi di gentrification, recenti o ancora in corso, in numerose città; citiamo, per fare qualche esempio, i casi di Milano, Genova e Torino (Diappi, a cura di 2009).

              A Milano la gentrification non è un fenomeno recente. Risalgono agli anni Sessanta, ad esempio, le lotte degli inquilini sfrattati da Corso Garibaldi per lasciare il posto a famiglie della borghesia benestante. All’inizio, la gentrification ha interessato i quartieri storici situati entro la cerchia dei Navigli, nel quadro di un generale processo di terziarizzazione iniziato nel dopoguerra. Negli anni Settanta e Ottanta, una parte della domanda di abitazioni pregiate si rivolse in modo sempre più insistente verso il centro della città, a discapito dei ceti più deboli. Negli anni Ottanta, il quartiere di Brera si trasformò da ritrovo popolare di artisti e studenti a quartiere esclusivo, riservato a un’élite sociale ed economica. Negli anni Novanta, il fenomeno toccò poi i quartieri meno centrali dell’anello di espansione ottocentesca, come il Ticinese, il Lazzaretto e Corso Como (Diappi, Bolchi e Gaeta, 2009).

              Negli anni successivi al 2000, la gentrification delle aree centrali di Milano si è ulteriormente ampliata, sostenuta dalla crescita dei valori immobiliari e dallo sviluppo del terziario avanzato. È significativo il caso del quartiere Isola, situato nel quadrante

              nord della città, a breve distanza dalla cinta dei Bastioni (Diappi, Bolchi e Gaeta, 2009).

              La gentrification nel centro storico di Genova (Gastaldi, 2003, 2009), uno dei centri storici più estesi d’Europa, è iniziata nei primi anni Novanta, quando studenti universitari fuori sede furono i pionieri di una trasformazione sociale che ha visto molti nuovi residenti scegliere di abitare in quest’area perché attratti dai suoi valori culturali e dalla sua centralità. Fino ad allora il trasferimento nel centro storico di Genova era stato solo una scelta di ripiego per categorie disagiate o per immigrati. L’inversione di tendenza si è consolidata quando giovani coppie e individui di buon livello culturale ed estrazione sociale medio-alta hanno iniziato a lasciare i quartieri ‘bene’ della città per trasferirsi in alcune parti del centro storico, insediandosi in appartamenti situati ai piani alti di palazzi nobiliari o in attici. Contemporaneamente, altri nuovi residenti con redditi più bassi (studenti, giovani coppie, single a basso reddito, artigiani-artisti, professionisti innovativi, giovani lavoratori atipici) si insediavano in alloggi di minor pregio, che assicuravano comunque vantaggi connessi alla posizione centrale, alla riduzione degli spostamenti casa-lavoro e alla possibilità di condividere reti di relazioni sociali e professionali.

              La gentrification a Torino, a differenza dei due casi descritti sopra, può considerarsi in una fase ormai molto avanzata (Semi, 2004; Curto e altri, 2009). Essa si è prodotta nel quadro di un mercato immobiliare caratterizzato da un’elevata dinamicità territoriale che si manifesta nel numero di transazioni rispetto allo stock edilizio, più elevato rispetto alle maggiori città italiane, e in prezzi medi del mercato relativamente più bassi, con un rapporto fra prezzi e qualità edilizia, architettonica e ambientale, favorevole agli acquirenti.

              Il piano regolatore del 1995 ha ridato alla città di Torino una dinamicità che si è concretizzata in un connubio di trasformazioni territoriali e culturali (Curto e altri, 2009). Il piano ha interessato il recupero e la trasformazione di oltre due milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse. La destinazione all’edilizia abitativa di un’ampia parte di tali aree ha prodotto rilevanti cambiamenti sia sul piano dei modelli abitativi sia su quello della mobilità territoriale. Queste trasformazioni territoriali hanno investito anche (ma non solo) l’area centrale denominata «Quadrilatero romano», la quale è stata oggetto di un processo che ha coinvolto il modo di fruire del centro storico da parte dei cittadini, con rilevanti effetti a livello economico, sociale e territoriale. L’area che gravita intorno al mercato di Porta Palazzo e copre il nucleo originario della Torino romana, è stata percepita per molti decenni come degradata sui piani sociale, economico, edilizio e ambientale. Essa è stata oggetto di un radicale processo di gentrification che si trova ormai prossimo alla conclusione, con prospettive da analizzare sul piano dell’evoluzione futura.

               

              5. La modellizzazione ad agenti

              A partire dagli anni Settanta, sono stati introdotti sviluppi nella teoria dell’autorganizzazione per quanto riguarda i sistemi della fisica e della chimica (Haken,

              1977, 1984, 2004; Nicolis e Prigogine, 1977, 1989) e per quanto attiene all’organizzazione biologica e al ruolo che i processi cognitivi svolgono in particolare nell’economia teorica e nelle scienze sociali (Anderson, Arrow e Pines, eds. 1988; Arthur, Durlauf e Lane, eds. 1997; Rizzello e Egidi, eds. 2004; Rosser jr. e Cramer jr., eds. 2004; Lane e altri, eds. 2009; Lane e Terna, eds. 2010).

              La peculiarità dei sistemi studiati dalle scienze sociali, rispetto ai sistemi della fisica, è che i primi coinvolgono agenti intelligenti, in generale in numero molto più ridotto rispetto ai secondi, i quali sono capaci di adattamento e di innovazione. Per i sistemi sociali, lo studio secondo l’approccio interdisciplinare della complessità si è focalizzato proprio sull’investigazione della loro capacità di adattamento e di innovazione, in particolare in un contesto di incertezza e di regole che cambiano riguardo alle interazioni sociali. Ovviamente, quanto ora osservato vale anche, e in particolare, per i sistemi urbani (Batty e Torrens, 2001; Batty, 2005, 2008; Castle e Crooks, 2006).

              Per gli scienziati sociali impegnati nello studio dei sistemi complessi, la sfida principale è stabilire espliciti collegamenti fra gli attributi dei singoli attori (ad esempio, l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento) e il manifestarsi di proprietà del sistema inattese e a priori imprevedibili (le proprietà emergenti) che si manifestano nella dinamica collettiva del sistema formato da attori in interazione fra loro secondo forme non lineari. Il punto centrale della sfida per la modellizzazione è proprio nel progettare il modello e nel metterlo a punto in modo che esso sia metodologicamente parsimonioso (cioè tale da non comportare l’introduzione di un numero troppo elevato di ipotesi e di articolazioni) e che sia capace di mettere in relazione, più efficacemente dei modelli di impostazione tradizionale, il livello micro (relativo al comportamento dei singoli agenti) con il livello macro (relativo al sistema complessivo e ai fenomeni che in esso si osservano). E, in conseguenza di ciò, in modo che sia efficace come strumento per investigare la teoria e migliorarne l’accordo con i fatti osservati (si veda: Squazzoni, 2012).

              In particolare, per i sistemi urbani l’accordo con le osservazioni dipende dal modo in cui sono espresse le trasformazioni del sistema a diversi livelli: il problema infatti è come le interazioni fra agenti influiscono sulle velocità e sulle intensità delle interazioni spaziali, sia alla scala intraurbana sia alla scala interurbana dei sistemi (o delle reti) di città.

              Le scienze sociali si propongono di comprendere non solo il comportamento degli individui, ma anche il modo in cui le interazioni fra molti individui conducano a esiti di vasta scala. Comprendere un sistema sociale o economico richiede la comprensione di come gli individui interagiscano fra loro e di come ciò determini che il comportamento complessivo che ne risulta sia più che la somma dei comportamenti dei singoli individui. Quando le interazioni fra gli agenti (individui, nuclei familiari, imprese, gruppi sociali, comunità, agenzie governative, istituzioni o altro ancora) dipendono dall’esperienza del singolo agente e soprattutto quando gli agenti adattano continuamente il proprio comportamento alla propria esperienza, l’efficacia dell’analisi matematica tradizionale nel ricavare le conseguenze dinamiche è estremamente limitata. In tali casi, la modellizzazione ad agenti può essere l’unico metodo operativo di analisi empirica del comportamento del sistema in una sorta di laboratorio virtuale.

              Un modello di questo tipo inizia dalla definizione delle assunzioni sugli agenti e sulle loro interazioni e, con l’uso del computer, genera evoluzioni del sistema nel tempo, svolte in condizioni controllate, che possono rivelare le conseguenze delle assunzioni iniziali. In tal modo, il ricercatore può investigare se e come effetti di vasta scala emergano da microprocessi individuali di interazione fra molti agenti distinti.

              Caratteristica fondamentale dei modelli ad agenti è che lo sperimentatore che conduce la simulazione può attribuire a essi caratteristiche individuali sia per le regole di comportamento sia per le preferenze sia ancora per mantenere differenziati fra i singoli agenti gli esiti dell’apprendimento che essi traggono dalle esperienze individuali. Ciò è particolarmente rilevante per le scienze della società, ove risulta fondamentalmente errato, in quanto non corrispondente ai fatti, trascurare le diversità fra gli agenti e rendere uniforme l’insieme dei numerosi agenti individuali, appiattendoli su un ipotetico e irrealistico agente rappresentativo medio11. È proprio la varietà fra gli agenti a essere all’origine del fenomeno collettivo autorganizzativo ed emergente che, in generale, non comparirebbe se tutti gli agenti fossero uguali fra loro. Considerare agenti astratti tutti uguali a un agente medio è un approccio che può funzionare nella descrizione dei fenomeni collettivi della fisica, dove gli agenti possono differire fra loro solo per i valori delle grandezze che li caratterizzano12, ma funziona poco o nulla se gli elementi del sistema considerato, gli agenti appunto, possono differire l’uno dall’altro non solo nei valori delle grandezze, ma anche nelle regole di comportamento. L’idea dell’agente medio è utilizzata tradizionalmente per trasformare popolazioni molto ampie e disomogenee in un piccolo insieme di individui omogenei più facile da descrivere con equazioni. In molte situazioni, però, accade che le differenze individuali non si compensino nell’aggregato, cosicché l’agente rappresentativo rappresenterà male le conseguenze aggregate dei microfondamenti (si veda ad esempio: Farjoun e Machover, 1989; Aoki, 2002).

              I modelli cosiddetti ‘ad agenti’ si presentano come efficaci stru­menti per rispondere alla sfida della complessità. Attraverso la definizione di regole a livello individuale, tali modelli possono riprodurre la circolazione dell’informazione tra attori sociali (gli agenti), considerati differenti uno dall’altro, dotati di abilità cognitive e capaci di scelte individuali. I modelli basati sull’approccio ad agenti, quindi, generano qualcosa che ha a che fare con l’universo delle possibili dinamiche del sistema urbano a partire dalle decisioni e dai comportamenti dei singoli individui che lo compongono. Tali modelli sono più semplici (nella concezione e realizzazione), più flessibili (nell’utilizzo) e più efficaci (nei risultati che producono per quanto attiene alla modellizzazione dei sistemi sociali) dei modelli basati sulle equazioni differenziali o alle differenze finite. I modelli ad agenti possono simulare il formarsi (l’emergere) nel

              sistema di strutture generali di varia natura, imprevedibili con il calcolo tradizionale, che possono poi essere analizzate con l’uso della statistica.

              Modelli siffatti sono un poderoso strumento di conoscenza, di formazione, di istruzione e di allenamento per gli operatori di decisione dei sistemi urbani, in quanto consentono, in una certa misura, la creazione di sistemi urbani ‘artificiali’, utili per condurre uno studio empirico e, più in generale, per arrivare allo sviluppo di una sorta di laboratorio di geografia umana e di socioeconomia (si veda, ad esempio: Gilbert, Hawksworth e Sweeney, 200813).

               

                6. Conclusione

                  Posto quanto discusso nei paragrafi precedenti, gli autori ritengono utile insistere sull’auspicio che l’ONU, nell’ambito della straordinaria iniziativa che ha assunto, promuova esperimenti e azioni che si muovano, come sopra prospettato, lungo la linea generale dell’autorganizzazione assistita nella gestione del fenomeno urbano a scala mondiale, a questo scopo prendendo le mosse da situazioni urbane tipiche esistenti (fra le altre, soprattutto quelle più carenti). E ciò accompagnando e assistendo, mai forzando, gli attori di tali situazioni, i quali si muovono dal basso nell’autonoma creazione di assetti urbani non precostituiti, ma determinati da esigenze di libertà e convivenza, unicamente nel rispetto di standard minimi riguardo alle funzioni che si svolgono negli alloggi e alla scala del vicinato.

                  Ne conseguiranno assetti urbani, come detto, non precostituiti, quindi con elementi di novità, che si ispireranno, per i vincoli posti dal basso, a criteri di sostenibilità. Dunque, assetti urbani condizionati dalle situazioni anche culturali di partenza, vincolati a criteri di sostenibilità, ispirati a esigenze di libertà e di convivenza.

                  Ne potrebbe derivare una sperimentazione di grande entità, capace di mettere in movimento estese masse di individui, che permetta di alimentare una riflessione sul tema come non c’è mai stata prima. L’auspicio è anche quello di formare un esteso numero di quadri a diversi livelli tecnici, e di produrre idee e proposte ricche e articolate. In conclusione, un movimento culturale sulla città che potrebbe essere all’origine di un grande cambiamento in tutto il globo.

                   

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                  NOTE

                  1 Uno dei due autori di questo testo, quello più carico d’anni, non dimentica che la Fondazione Aldo Della Rocca, su segnalazione di Luigi Moretti e Bruno de Finetti, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’IRMOU – Istituto di Ricerca Matematica e Operativa per l’Urbanistica, gli ha offerto la possibilità, quand’egli era ancora un laureando, di iniziare la ricerca che lo portò a scrivere i due lavori segnalati, nei riferimenti bibliografici, come pubblicati negli anni 1964 e 1965.

                  2 Fra gli studi più significativi ed emblematici, riguardo a quanto detto, si segnala la ricerca condotta a Chicago da William I. Thomas, professore di sociologia all’U­niversità di Chicago, e dal sociologo polacco Florian W. Znaniecki, i quali tra il 1918 e il 1920 pubblicarono «The Polish Paesant in Europe and America. Monograph of an Immigrant Group», un ampio studio in cinque volumi sull’immigrazione di origine polacca e sui problemi che si frapponevano all’integrazione di tale popolazione nella società americana (si veda: Bertuglia e Vaio, 2011b).

                  3 Questo non significa che la qualità della vita, nel suo insieme, sia declinata nelle città: ciò sia perché taluni altri aspetti della qualità della vita in molte città (sia ame­ricane sia europee) sono notevolmente migliorati negli anni successivi a quelli in cui Jane Jacobs scriveva, sia perché non disponiamo ancora, e non è detto che disporremo, almeno presto, di una teoria e di una metodologia robuste e convincenti per misurarla.

                  4 Ciò non significa, naturalmente, che la città-opera non possa essere anche la città del mercato, e che alcune sue parti non possano rispondere alla logica del prodotto. Opera e prodotto, nello spazio urbano, non sono alternativi e non si caricano di un giudizio di valore, essendo importanti la natura del loro rapporto e il loro equilibrio.

                  5 Il concetto di ‘global city’, una città transnazionale formata da città collegate da reti di comunicazione immateriale, fu introdotto per la prima volta qualche anno prima dall’urbanista americano John Friedmann in un lavoro del 1986, «The World City Hypothesis». Altro è l’idea di città importanti alla scala mondiale in quanto nodi di reti commerciali mondiali che le collegano, che è precedente e si può far risalire all’urbanista scozzese Patrick Geddes (1915).

                  6 Non possiamo esimerci dall’osservare come il tema della bellezza del paesaggio italiano non sia nuovo e sia stato affrontato ripetutamente e in ambiti diversi nei secoli passati, come testimoniano già solo i celebri resoconti letterari dei viaggi (i grand tours) di Goethe, di Byron e di numerosi altri artisti, letterati, aristocratici o borghesi benestanti europei che potevano permettersi una conoscenza diretta dell’Italia. Tanto per citare un altro celebre e precedente esempio di viaggiatore, Petrarca, considerato oggi come un riferimento essenziale per la nascita stessa dell’idea di paesaggio, il vero scopritore della dimensione estetica della natura. Petrarca, muovendosi agevolmente dalla geografia, all’architettura, all’archeologia, alla letteratura, combinando le conoscenze teoriche con le esperienze sul campo e pur rimanendo un uomo del suo tempo, sembra prefigurare già nel Trecento la perimetrazione ideale di una compiuta percezione estetica della natura e del ruolo giocato dall’intervento umano. Il poeta subisce la fascinazione per gli spazi abitativi delle città non solo italiane, ma di gran parte dell’Europa, e per l’architettura monumentale, sia quella classica sia quella a lui contemporanea, anche se nulla reggerà il confronto con la potenza evocativa esercitata in lui dalla visione delle rovine dell’Impero romano (Tosco, 2011).

                  7 Primo fra tutti, il tentativo, coraggioso ma vano, costituito dal progetto di legge di riforma del regime dei suoli proposto nel 1963 da Fiorentino Sullo, che prevedeva la possibilità di esproprio per tutte le aree sulle quali si sarebbe dovuto costruire, e la successiva cessione in un’asta del solo diritto di edificazione, e non anche della proprietà dell’area (si veda: Bertuglia e Vaio, 2011b).

                  La questione dell’esproprio delle aree fabbricabili fu a lungo dibattuta anche in sede di approvazione della legge 167 del 1962, proposta dal senatore Camillo Ripamonti, legge che Sullo aveva contribuito a far approvare e che, come ha fatto recentemente osservare Guido Bodrato (comunicazione privata), per così dire «aveva realizzato in piccolo ciò che Sullo stava pensando in grande». Nella legge 167, proprio nel tentativo di evitare la lievitazione dei prezzi delle aree destinate all’edilizia popolare, individuate dai piani regolatori generali o dai programmi di fabbricazione, si fissava il prezzo di acquisto delle aree o l’indennità di esproprio al valore venale alla data di due anni prima della deliberazione consiliare di adozione del piano. La legge 167 tuttavia non fu rifinanziata. La nuova legge urbanistica sembrò realizzata nel 1977, per opera del ministro Pietro Bucalossi. La legge Bucalossi sanciva la netta separazione fra lo ius aedificandi e il diritto di proprietà. All’inizio del 1980, tuttavia, la prima di una serie di sentenze della Corte costituzionale annullò sia i contenuti innovativi della legge Bucalossi sia le norme del 1971 che agevolavano il ricorso all’esproprio per pubblica utilità. Falliti così i tentativi di riforma urbanistica, cominciava, negli anni Ottanta, la lunga stagione di quella che Vezio De Lucia chiama «la controriforma urbanistica» (1989, p. 167).

                  8 In alcune pagine di «La città del ventesimo secolo» (2005), Bernardo Secchi dà una vibrante descrizione dell’esperienza dello spazio aperto nel centro di Siena, qualificata «la città medievale per eccellenza» (p. 54) e specchio fedele di una società partecipativa, evidenziando la significatività dello spazio aperto come spazio pubblico che appartiene all’esperienza comune (il riferimento è a Piazza del Campo). «Chi abbia invece provato ad osservare a lungo la piazza, ad osservare come nelle diverse stagioni l’ombra e il sole si spostano e come vengono frequentate le sue diverse parti; chi ha provato a rimanere seduto sul pavimento di questa piazza, riparata dal vento, ad apprezzare il calore morbido dei mattoni e la sua pendenza; chi ha osservato i modi semplici nei quali il disegno della pavimentazione facilita lo scolo dell’acqua da questa immensa superficie nei giorni di pioggia, i modi nei quali lo stesso disegno suggerisce le sue modalità d’uso senza imporle, non può che convenire che è soprattutto il grande comfort di questo spazio del pubblico ciò che appartiene all’esperienza comune e lo fa amare» (pp. 56-57). Rileva Secchi ancora che «ciò che connota lo spazio urbano e il territorio senese è l’intimo rapporto che si è stabilito e conservato nel tempo, tra forma della città e del territorio e ruolo e funzione svolti da ciascuno degli elementi che la costituiscono» (p. 60). Siena, come molte altre città medievali europee, osserva sempre Secchi, si è costituita attraverso una continua interpretazione individuale di una stessa struttura dello spazio collettivo, laddove la città moderna, all’opposto, si è costituita come tentativo di dare un’interpretazione collettiva a esigenze individuali.

                  9 È opportuno rilevare che solo la rendita assoluta è un fenomeno patologico del mercato delle aree e degli alloggi, e che pertanto è utile perseguirne l’eliminazione. Essa può essere generata dalla collusione tacita dei proprietari delle aree fabbricabili, o che possono essere rese tali, situate ai margini dell’edificato urbano: una politica restrittiva dell’offerta di aree che nasce dal comportamento che gli operatori dell’offerta, i quali si vengono a trovare pressoché nella stessa situazione, sono portati ad assumere senza avere quasi il bisogno di accordarsi. Dunque, la rendita assoluta si forma alla periferia della città, ma si diffonde in tutta la città andandosi a sommare alla rendita differenziale. Ne consegue che essa grava su tutta la città, e il perseguimento della sua eliminazione è utile per tutta la città, per tutte le attività insediate nella stessa e per tutta la popolazione urbana (si veda: Bertuglia, 1964, 1965).

                  10 Con il termine gentrification si indica il progressivo cambiamento socioculturale che risulta in un’area urbana, solitamente situata nel centro storico, quando numerosi individui di un ceto sociale abbiente acquistano e riqualificano proprietà immobiliari in zone generalmente abitate da comunità di individui a basso reddito. In conseguenza della gentrification, aumentano gli affitti e i prezzi delle abitazioni a partire da quelle situate in prossimità delle proprietà immobiliari riqualificate, aumenta il costo della vita, aumenta il reddito medio dell’area interessata. Ciò finisce per causare, insieme ad altri fenomeni socioeconomici e demografici, l’espulsione dei vecchi residenti a basso reddito rimasti. Il processo di gentrification, in generale, si innesca quando un certo numero di individui scelgono di trasferirsi in aree, come i centri storici, precedentemente abbandonate dai ceti abbienti che vi risiedevano, e che si trovano in uno stato di degrado, riscoprendone l’attrattività. Il numero crescente di residenti abbienti nell’area che si va modificando e riqualificando concorre a richiamare da altre zone altri residenti abbienti, il che rafforza il meccanismo di gentrification con un effetto di feedback positivo. Il processo è simile a quello della segregazione urbana descritto da Schelling nel 1971 (si veda anche: Schelling 1978; Bertuglia e Vaio, 2009, 2011a, 2011b, 2011c); in questo caso, però, la segregazione si basa non sul colore della pelle dei residenti, ma sul censo. Data la natura del nuovo ceto sociale che vi si insedia, il quartiere si riqualifica dal punto di vista urbanistico, si riduce o scompare l’uso industriale del suolo e viene favorito l’insediamento di attività commerciali e di servizio rivolte a strati sociali abbienti. Forse, non è inutile rilevare che la gentrification, più in generale l’autorganizzazione, anche se è un processo che parte dal basso, dai singoli individui, cosa che in sé può essere considerata un valore, non è un processo che ha necessariamente un segno sociale e tanto meno politico. Se lo ha, non è un segno dato, tantomeno dato una volta per tutte: a poter avere un segno sociale e politico è l’autorganizzazione assistita, ed è il segno dell’autorità che mette in campo l’assistenza.

                  11 Un tentativo simile a quello di costruire un agente medio artificiale fu già effettuato nel 1835, ma con scarsi risultati, da Adolphe Quetelet, il padre della fisica sociale ottocentesca (si veda ad esempio: Bertuglia e Vaio, 2003, 2005, 2011a, 2011b).

                  12 Ad esempio, il modello del gas ideale funziona bene nel caso della descrizione del comportamento macroscopico di un gas rarefatto ad alta temperatura, quando si cerca di riprodurre con il modello i valori e le distribuzioni statistiche delle grandezze macroscopiche osservate empiricamente, le quali trovano, in questo modo, una giustificazione adeguata al livello micro.

                  13 Il modello di Gilbert, Hawksworth e Sweeney è descritto in dettaglio anche in Bertuglia e Vaio (2011b).

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