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Eutopia dello sguardo: rispetto, persona, responsabilità d'impresa
Alberto Peretti
Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva.
[ Un articolo di Alberto Peretti pubblicato sulla rivista online MA della Fabbrica Filosofica , una comunità intellettuale di filosofi, una rete di studiosi e di professionisti accomunati dall’interesse per le possibili applicazioni della filosofia, in particolare al mondo del lavoro. Pubblicato grazie alla gentile autorizzazione dell'autore. ] Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva. Con queste parole in esergo si apre Cecità di José Saramago. In cui si narra di una contagiosa forma di cecità, che menomando la vista menoma le coscienze, portando nell'ombra dell'indifferenza e nel buio della sopraffazione gli abitanti di un'intera città. Pagine memorabili che ricordano quanto la cura per gli altri e il rispetto di sé necessitino di buoni occhi. Il termine "rispetto" deriva infatti dal latino respicere nel significato di guardare, volgere lo sguardo attorno, rivolgere l'attenzione. Il rispetto, il riguardo per qualcuno o qualcosa, nasce da uno sguardo, da uno scorgere. Rispettare è accorgersi, notare, fermare la propria attenzione. In questo senso il contrario del rispetto è l'indifferenza, il non accorgersi, il calpestare (per incuria o spirito di prevaricazione) ciò che si incontra sul cammino. E' un vedere senza osservare.Un celebre quadro di Bruegel, Paesaggio con la caduta di Icaro, aiuta a riflettere sul vedere cieco. Il dipinto mostra Icaro caduto in mare, ma curiosamente lo spazio occupato dalle sue gambe che annaspano è sorprendentemente ridotto. Si rischia addirittura di non notarlo. Bruegel dipinge invece in primo piano e nei dettagli i personaggi che assistono alla scena. Si tratta di un contadino impegnato ad arare, di un pastore che bada alle pecore, di un marinaio che, di fronte a Icaro, tira le sue reti; mentre una nave, a poca distanza dal malcapitato spiega le vele e si allontana. Ognuno beatamente ignora il disastro. Ne è cieco. Ciascuno si occupa dei propri affari, non si cura del dramma, non ci bada (eppure un uomo alato che precipita dal cielo non è cosa di tutti i giorni!). Neanche uno sguardo per il ragazzo che sta annegando?
Il dono del riconoscimento
Notare, guardare, osservare. Ma che cosa? In primo luogo che gli altri sono, che esistono. E che appunto possono ex-sistere, cioè etimologicamente uscir fuori, mostrarsi, apparire, solo se qualcuno li nota e ascolta il loro sommesso bussare. E al loro desiderio di esistenza socchiude la porta. Il rispetto è definito da Roberta De Monticelli come il <<sentimento del valore dell'esistenza degli altri>> (De Monticelli, 2003, p.196). Percepita come degna in quanto tale, indipendentemente dalle qualità di cui possa o meno ammantarsi. Il rispetto, potremmo dire, è la religione dell'esistente. Che in fondo consiste semplicemente nello scegliere di evitare la falsa presenza nella vita, nell'impegnarsi a che ci sia vera differenza tra l'essere in prossimità del vivente e l'esserne a fianco, ma come assenti.
Se schiaccio un insetto perchè è solo un insetto. Se guardo un altro essere e so chi è. Se lo ascolto e so che cosa dice. Se recido il legame che avvince ogni cosa alla sua ombra ulteriore. Se appiattisco, livello, schiaccio sotto la pressione dei miei giudizi o dei miei scopi, se non scendo con circospezione all'interno del mondo, allora manco di rispetto. Il rispetto consiste infatti nella percezione della "dimensione di profondità" del mondo, persona o cosa che sia, della sua "trascendenza individuale". E' sensibilità verso lo spessore delle cose, è capacità di accorgersi che il mondo, e gli esseri che lo abitano, sono inesauribili. Quindi: con il rispetto faccio sì che l'altro per me esista, abbia valore in quanto esiste, mi si schiuda nelle sue profondità e nel suo mistero.
Ritengo interessante affiancare queste idee alla concezione che vede nel rispetto una forma di riconoscimento. Per Axel Honneth il "riconoscimento" è il modo attraverso cui ci costruiamo a vicenda le condizioni per l'armonico sviluppo della nostra identità personale, senza lacerazioni o traumatiche offese. Il rispetto consiste nel riconoscere e tutelare l'integrità personale dell'altro, cioè la buona relazione che l'altro ha con stesso. Relazione integra con sé stessi significa rispetto di sé, buona coscienza o soddisfacente sentimento che una persona prova per se stessa in riferimento alle capacità e ai diritti che le appartengono>> (Honneth, 2002). Tale relazione si sviluppa in tre forme diverse, a cui corrispondono altrettante forme di riconoscimento: - fiducia in se stessi: l'altro è riconosciuto come un essere <<i cui bisogni e desideri possiedono un valore unico per un'altra persona>>.
- autonomia: l'altro viene riconosciuto come autonomo e in grado di formarsi un proprio, personale giudizio
- autostima: l'altro viene riconosciuto come una persona le cui capacità hanno un qualche significato all'interno della comunità a cui appartiene.
Ad ogni forma di riconoscimento corrisponde un'offesa morale. Le offese morali consistono in forme di umiliazione e mortificazione attraverso cui viene disprezzata e intaccata l'integrità personale di un altro. Quindi: "riconoscere" significa accorgersi che l'altro è e non è qualcosa d'altro, e che il suo esserci riveste carattere di unicità; che ha diritto a idee e sentimenti propri; che svolge un ruolo riconosciuto come funzionale al benessere del sistema di relazioni in cui è impegnato.
La persona e i suoi riconoscimenti
A partire da queste considerazioni propongo un modello di persona fondato sull'idea di rispetto. (consapevole che classificare il concetto di persona può sembrare, anzi lo è, contraddittorio). Innanzitutto persona è l'essere che gode di uno sguardo di rispetto. Gode cioè di una serie di fondamentali riconoscimenti. Ne riporto di seguito alcuni, elenco da intendersi provvisorio e passibile di modifiche e integrazioni.
- Assolutezza. Diventare persona significa essere riconosciuto come chi. Ti riconosco in quanto esisti, non per che cosa sei, dice chi riconosce l'altro come persona. Il riconoscimento del chi è un sì all'essere, ha un rilievo metafisico, è una risposta, pallida, ma ferma, all'angoscia del nulla.
- Unicità. <<Per definizione la persona è ciò che non può essere ripetuto due volte>> (Mounier, 1964, p.58). E' ciò che non è assimilabile, che non può essere reso termine di analogie, nè circoscritto all'interno di un metodo. Si badi: non sono le sue caratteristiche uniche a rendere la persona una persona. Piuttosto il vederla (rispettarla) come persona permette di osservarne e tutelarne l'unicità.
- Individualità. La persona è tale in quanto è riconosciuta come un intero, un tutto indivisibile nel quale entrano a pieno titolo aspetti paradossali, incoerenze, licenze esistenziali. La persona non conosce gerarchie esistenziali o priorità di verso, così come non avrebbe senso parlare del lato giusto di una sfera.
- Non sostituibilità. La persona è un precipitato di senso nel quale precipitare. Si sta nella persona, a lei si parla, con lei si cammina. Non è mai superflua: le idee con lei affrontate valgono in quanto la riguardano, in quanto ne sono espressione, per quanto la esprimono. La persona non si verifica attraverso un sistema logico o una qualche tavola di verità. Piuttosto è vero o logico ciò che permette alla persona di esserlo pienamente.
- Ulteriorità. Lo abbiamo visto affrontando il concetto di rispetto: la persona vive nella e della profondità. Portare l'altro ad essere una persona significa elevarlo alla sua profondità. Significa concedergli quel non solo, quel più di che rendono la persona una perenne ulteriorità, attraversata da una trascendenza, da un'inesauribilità tutta da approfondire. Ciò che la persona teme è di venir soffocata da chi non sente il dovere di un'etica della distanza, un'etica fondata su un atteggiamento che non intende annullare gli spazi, vitali, che si frappongono tra me e l'altro e che donano aura e respiro alle nostre anime. Ma che, come scrive Emilio Tadini, si impegni a "misurare" la distanza, come si misura un ostacolo, per conoscerlo e considerarlo, o come si misurano le parole, per pesarle e impedire loro di passare certi limiti.
- Non catalogabilità. La persona non è qualcosa <<che si trovi al fondo dell'analisi o una combinazione definibile di elementi. Non è nè programmabile, nè precostituibile. Se essa fosse una somma, la si potrebbe fare oggetto d'inventario; mentre essa è la zona del "non inventariabile". E' piuttosto una presenza che un essere, una presenza attiva e (Mounier, 1964 p.63) . Una qualità perennemente emergente da interazioni di componenti che però a loro volta si modificano combinandosi.
- Intimità. Se fotografo qualcuno senza il suo permesso, rischio di offenderlo, in alcune culture anche in modo grave. Non perchè, stanco ritornello, gli "rubo l'anima", quanto perchè fisso in un'istantanea un'interiorità infinità, faccio pornografia di quell'essere, lo rendo nient'altro che la superficie colta dall'obiettivo. La densità, il retroscena che fanno la profondità della persona si ribellano, reclamano forme di conoscenza e di comunicazione indirette e sottili, che rispettino ciò che di abissale non vuole banalmente essere portato a galla.
- Rivelatività. In un precedente lavoro (MA n.2), a cui rinvio il lettore, ho definito "persona" chi è nella condizione di essere fonte di rivelazione di sé, colui che può rivelarsi mettendosi di continuo al mondo attraverso l'azione e il discorso. Che quindi può agire, scegliere di fare per il semplice piacere di iniziare, innovare, creare, esporsi; e che può avviare discorsi, cioè comunicare, per dotare di un'anima condivisa il proprio fare.
Luoghi eutopici
Risulta evidente quanto "essere persona" sia una condizione delicata, precaria, sempre <<esposta e contingente>> (Cavarero, 1997, p. 117). La persona non ha vita indipendente, esiste "esternamente", in quanto esposta allo specchio "riconoscente" degli altri. Ha profondamente ragione Desmond Tutu quando afferma: "Una persona è una persona solo attraverso un'altra persona".
Se è così, ha ancora senso parlare di rispetto - riconoscimento della persona in un modo lavorativo retto da un'idea di flessibilità che tende a rendere il lavoro un "non luogo", uno spazio desertico che inibisce le relazioni interpersonali e che è a dir poco indifferente all'identità personale di coloro che lavorano e alle loro possibilità di integrazione sociale? Come già sostenuto altrove, mi pare che nell'attuale profluvio di convegni e articoli dedicati alla responsabilità sociale d'impresa di tutto si parli eccetto che di ciò che regge e giustifica questo paradigma socio economico. Il concetto di responsabilità sociale prevede, come è noto, un allargamento della sfera d'interesse dell'impresa. L'impresa responsabile vede come interlocutori a cui rispondere del proprio operato non soltanto gli azionisti, ma le proprie risorse umane, la collettività, i partner economici, l'ambiente e il territorio nella loro complessità e varietà. Pare sfuggire ai più che il processo di autentica responsabilizzazione sociale è tutt'altro che facile e naturale. Per avere in diversa considerazione questi diversi stake holders occorre che l'impresa in primo luoghi li noti. Poi che li percepisca come soggetti meritevoli di riconoscimento. Quindi che adotti nei loro confronti ciò che ho chiamato uno sguardo di rispetto. Deve infine essere disposta a vederli come soggetti fruitori, di diritto, di fondamentali riconoscimenti, cioè come persone. La responsabilità sociale mi pare inscindibile dal pensare - guardare - agire la realtà in modo personalistico. Privo di questa base etica il concetto di impresa responsabile non è, al meglio, che un equivoco, al peggio uno squallido specchietto per le allodole. Ciò è vero soprattutto a livello di responsabilità interna d'impresa, cioè sul versante delle scelte adottate dall'impresa cosiddetta responsabile in fatto di criteri di gestione del personale. E' in gioco il grado di dignità del lavoro. Che dipende da quanto e da come il lavoratore è messo in grado di essere pienamente e autenticamente persona nel corso dello svolgimento della sua attività.
Un imprenditore precorse i tempi più di cinquant'anni fa. Si chiamava Adriano Olivetti. Il suo impegno per un lavoro a misura d'uomo, il suo tentativo di anteporre la persona al profitto, di servirsi del profitto per promuovere la persona, hanno segnato un'epoca. Vorrei proporre dei frammenti di quell'esperienza. Schegge di riconoscimento della persona. Forme di rispetto applicato. Gesti, voci. Non per guardarli come si osservano i cimeli, ma per leggerli sognando così come si scorre una carta geografica prima di un viaggio. Esempi, certo, quasi degli aneddoti. Propri di un'esperienza particolarissima. Li riporto senza commento. Senza quella nostalgia e quel rimpianto che rende talvolta stucchevoli i ricordi di chi partecipò all'avventura della fabbrica Olivetti e del progetto di Comunità. Nessun intento agiografico. Olivetti non era un santo e neppure voleva esserlo. Nessuna idealizzazione. Sarebbe come uccidere un'altra volta ciò che il tempo, le circostanze e soprattutto la miopia e la pochezza degli uomini hanno già devastato. Vorrei che parlassero da soli, all'intelligenza e soprattutto al cuore immaginante, sempre pronto alla speranza e alla fantasia, di coloro che stanno leggendo. Imprenditori o meno che siano. E se le brevi storie non sembreranno loro segnate su nessuna carta, di lavoro o di comportamento manageriale, non se ne preoccupino: come ci ricorda Melville nel suo capolavoro <<i luoghi veri non lo sono mai>>.
<<A commento del libro "Pinocchio", l'ingegner Adriano mi confidò: "E' scolpito nella verità, è il biblico racconto della fuga dal Padre e poi del lungo difficile ritorno? Tutti, forse, nasciamo burattini, qualcuno poi, come Pinocchio, per sua fortuna e per un atto d'amore disinteressato, diventa finalmente uomo, persona, altri invece no...>>1
<<L'uscita dal lavoro, la sera, seguiva un rituale preciso. L'ingegnere [Camillo, padre di Adriano] si metteva sulla porta del suo ufficio, verso il cancello, e salutava uno per uno gli operai che tornavano a casa. "Bonasera, bonasera..." "Buonasera, ingegnere..." "Bonasera, bonasera...">>2
<<Quando Geno Pampaloni viene assunto come direttore della biblioteca di fabbrica, per prima cosa fa togliere le griglie protettive agli scaffali. Subito spariscono alcuni libri. Adriano ne è felice. Dice: " Allora vuol dire che li leggono, che hanno davvero fame di libri">>3.
<<Chi fu vicino in quegli anni ricorda che, per Adriano, l'assunzione di un giovane di talento non significava che ci fosse veramente un posto a cui destinarlo. Giustificava le sue scelte dicendo: Non esistono persone già fatte per un ruolo: per sapere se sono adatte occorre immaginare come saranno diventate tra un anno">>4.
<<Non si insegnavano soltanto materie tecniche nel Cfm [Centro formazione meccanici della Olivetti]. In esso i giovani potevano apprendere altri elementi della cultura del lavoro, ivi compresa la storia del movimento operaio, nonchè fondamenti di economia, e altre materie di interesse "sociale". [.] [Nella scuola] passavano di regola intellettuali e storici, anche di sinistra, e perfino sindacalisti, che venivano a insegnare la storia del movimento operaio e la critica dell'economia politica. Nella Olivetti dell'ingegner Adriano gli allievi studiavano le tecniche di lavorazione [.] però, al tempo tesso, potevano imparare [.] quali erano stati conflitti, le tensioni, i drammi della rivoluzione industriale, come avevano agito e che cosa avevano patito i loro antenati nel corso dell'industrializzazione>>5.
<<Solamente dopo la scomparsa di Adriano alcuni ingegneri, pressati dalle nuove esigenze dei costi di produzione, cominciarono a chiedersi se era il caso di continuare a fabbricare tutti quei particolari interni delle macchine, in specie delle calcolatrici, in modo così bello e rifinito, dato che nessuno li vedeva. Per decenni si erano prodotti componenti interni alle macchine che nessuno, tranne chi le costruiva, o qualche tecnico che anni dopo avesse dovuto ripararle, avrebbe mai visto. Componenti particolarmente ben disegnati, passati alla rettifica, benchè non fosse necessario, cromati con cura, e per sempre invisibili nel cuore di una calcolatrice o di una macchina per scrivere>>6.
<<L'Ingegnere preferiva far ribattere più volte una lettera per un carattere non perfettamente distanziato, un aggettivo non ben scelto, un foglio un po' gualcito, piuttosto che mortificare il destinatario con un messaggio privo di quella chiara, universalmente riconosciuta, "personalità olivettiana>>7.
Per approfondire
Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli 1997 Un testo importante sull'amore, l'amicizia e altre forme di riconoscimento del chi.
Axel Honneth, La lotta per il riconoscimento, Il saggiatore 2002
Roberta De Monticelli, L'ordine del cuore, Garzanti 2003 Un testo denso, con una sofisticata proposta di lettura fenomenologica del sentire e dei sentimenti.
Emmanuel Mounier, Il personalismo, editrice a.v.e.1964 La storia e l'interpretazione del concetto di persona in un piccolo classico del pensiero
Per i "frammenti" su Olivetti:
1 Avalle, Aluffi, Ferlito, Il nostro Adriano, Provincia di Torino 1995
2 Curino, Vacis, Olivetti, Baldini e Castoldi 1998
3 Valerio Ochetto, Adriano Olivetti, Cossavella editore 2000
4 Avalle, op.cit.
5 Luciano Gallino, L'impresa responsabile, Edizioni di Comunità 2001
6 Idem
7 Avalle, op.cit.
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