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Imprenditori, perché dovremmo capire qualcosa di finanza? (Una storia di banane e di denaro)

 

Finanza: una parola amata, odiata, diffamata, esaltata, incompresa un po’ da tutti.

Chiariamo subito un principio. La finanza non è né buona né cattiva. La finanza è solo un mezzo e, come tale, è asettica. Tutto dipende da come si usa, da cosa se ne fa. In fondo, se possiamo permetterci di fare determinate cose, di acquistare o vendere determinati beni o prodotti attraverso operazioni semplici e pratiche, è perché esiste il denaro. Che questo piaccia o meno. Se gli scambi avvenissero utilizzando come mezzo, supponiamo, le banane, il problema sarebbe il medesimo. Con un’aggravante: le banane deperiscono rapidamente e bisogna sostituirle con altrettanta velocità, ma ciò crea il problema della ricerca (e quindi della possibile carenza) di banane nuove, facendone cambiare il loro “valore intrinseco” in funzione della loro disponibilità. Potemmo, allora, chiederci quanto varrà di volta in volta, in termini di banane, il bene scambiato in funzione di quanto esse siano più o meno disponibili per effettuare lo scambio.

Esattamente ciò succede per il denaro. Più ce n’è in giro, meno vale. Potremmo dire: troppo denaro fa male (ovvero, troppe banane in giro marciscono).

Qual è, allora, la morale della favoletta? Il denaro non è altro che un surrogato (delle banane), che rende semplicemente più pratico compravendere qualsiasi cosa. Ma, come le banane o altri beni, è, a sua volta, un bene che possiede un valore “variabile” in funzione della sua disponibilità/rarità, che può essere acquistato o ceduto per aumentare la capacità di produrre e commerciare beni nuovi o in maggiore quantità. Se il denaro è un bene “commerciabile”, allora deve avere necessariamente un costo. E con cosa si paga? Semplicemente con sé stesso. Se ti servono 100 unità di denaro (banane) te le posso prestare per un certo tempo, però me ne devi restituire 101, perché, nel frattempo, mi sono precluso la loro disponibilità e la possibilità di utilizzarle per i miei scopi. (Questo è il ragionamento espresso, ma esiste anche un secondo fine meno confessato, ma, di per sé, non inconfessabile: Se ti sei fatto prestare 100 banane presumo che ne ricaverai un vantaggio. Allora, perché non debbo trarre anch’io un vantaggio da quello che tu ottieni utilizzando ciò che ti ho prestato? Detto in parole pragmatiche, se vuoi i miei soldi devi farmi partecipare al tuo business).

In sostanza, il denaro è un mezzo per aumentare la ricchezza complessiva, che, tradotto, significa aumentare la quantità di denaro stesso disponibile (dal vantaggio individuale al vantaggio complessivo). Attenzione: il ragionamento fatto implica un aspetto fondamentale. Il denaro dato a prestito (sia esso un credito o una partecipazione) deve essere impiegato per generare, alla fine, più denaro di quanto esso sia costato. Altrimenti il meccanismo si inceppa e la ricchezza diminuisce, invece di aumentare.

Qualcuno può osservare che mi sono incartato. Ma come, se troppo denaro non fa bene al denaro, allora la ricchezza come fa ad aumentare se abbiamo detto che più denaro c’è in giro meno esso vale?

Beh, qui si rischia di finire in un meccanismo perverso che ci porterebbe decisamente fuori strada dagli scopi di queste riflessioni. Basta, però, fare un semplice esempio. Gli antibiotici sono stati, sotto molti aspetti, la salvezza dell’umanità contro un’infinità di malattie. Questo non significa che, per evitare di ammalarci e per stare sempre meglio, dovremmo assumere antibiotici in quantità industriale. Qualsiasi persona di buon senso (persino i medici) sconsiglia di percorrere questa strada a cuor leggero. Pertanto, affinché producano effetti benefici, gli antibiotici (il denaro) devono essere assunti nelle dosi e per i tempi strettamente necessari a produrre il risultato voluto.

Affrontiamo, ora, in modo più serio il problema.

Nel suo editoriale nel n. 7 de “Il Mondo”, in edicola dal passato 10 febbraio 2006, Gianni Gambarotta, in riferimento ai fatti che hanno collegato la Banca Nazionale del Lavoro ai francesi di BNP Paribas e Abn Amro ad Antonveneta, scriveva: “…da anni si dice che l’erogazione del credito in Italia non è guidata da valutazioni economiche, ma da rapporti di amicizia, di relazione. E questo è vero, è un male antico che ha causato un’infinità di danni: troppe volte sono state finanziate imprese di dubbia solidità a scapito di tante altre che avrebbero avuto valide prospettive di crescita se solo avessero potuto disporre di capitali sufficienti. Con l’entrata in scena di stranieri, lontani da una simile cultura, tutto questo – si dice – finirà. È probabile, anzi certo. Nelle banche internazionali il credito viene erogato in base a rating precisi. Chi ne è fuori o paga interessi molto più alti o non ottiene i prestiti che chiede. Questo, dal punto di vista della trasparenza e dell’etica del business, è sicuramente un passo avanti decisivo rispetto all’opacità che domina in Italia. Ma ha un prezzo. Rispondendo a un’intervista pubblicata su la Repubblica di lunedì 6 febbraio, Mario Sarcinelli, ex direttore generale della Banca d’Italia, ha detto che con questo criterio probabilmente le banche non avrebbero accordato alla Fiat quel famoso prestito convertendo che le ha permesso nel 2002 di evitare il fallimento. E di casi Fiat in Italia ce ne sono tanti. Ripeto: è bello vedere che la notizia dell’arrivo di due banche straniere è stata accolta da un applauso generale. È condivisibile. Ma nell’euforia non dimentichiamo che con gli stranieri in casa dovremo anche giocare in modo diverso, con regole diverse. E dovremo imparare in fretta a farlo. Altrimenti la profezia di Jim O’Neil, capo della ricerca economica di Goldman Sachs, che al summit di Davos ha detto «a voi italiani restano solo il cibo e il calcio», tra qualche anno potrebbe diventare una pura annotazione cronicistica.”

Tutto questo per dire che nella finanza, come in molte altre realtà, ma qui con risvolti etici ed economici che potrebbero essere disastrosi:

  • La relazione personale spesso non è un utile complemento ad una migliore comprensione di una situazione finanziaria e delle prospettive di crescita di un’impresa, bensì il motivo principale (se non l’unico) che viene preso in considerazione per dare credito;
  • La relazione personale non è mantenuta solida da un “patto di sangue”; è, viceversa, un legame molto labile di interessi puramente finanziari, pronto a sciogliersi al primo “stormir di fronde” (ma sarebbe più corretto dire al “minimo tintinnar di manette”), trascinando nei guai (problemi loro) gli incauti partecipanti, ma anche (purtroppo problemi loro, ma non solo loro) coloro che vi siano stati direttamente o indirettamente coinvolti e sacrificati in modo inconsapevole, come pedoni di un drammatico gioco degli scacchi;
  • Non vi è rispetto sostanziale delle regole (magari c’è quello formale per motivi di apparenza), coinvolgendo, a loro insaputa, i più diversi portatori di interessi (i così detti stakeholders) nell’attività dell’impresa;
  • Non vi è (o ve ne è molto scarsa) conoscenza da parte degli investitori dei modi di comportamento che devono essere adottati dall’impresa e dai suoi azionisti di riferimento, né di quali informazioni disporre e di come utilizzarle per farsi un’idea sull’evoluzione del progetto aziendale; quando parlo di investitori intendo i piccoli che, come detto prima, hanno creduto in un’idea di business mettendo a disposizione in essa il proprio denaro, non certo coloro che, investendo professionalmente, le regole le conoscono fin troppo bene per utilizzarle soprattutto a proprio vantaggio;
  • Spesso si “fa impresa” non perchè si crede in un progetto imprenditoriale (che, come tale generi ricchezza diffusa, oltre che la propria), ma perché si vuole cogliere o incentivare solamente un’opportunità finanziaria (muovere semplicemente denaro per generare altro denaro), col risultato di spremere l’impresa senza darle sviluppo e condannandola, se non presa in tempo utile, alla sopravvivenza se non alla sparizione;
  • Non vi è, soprattutto nelle imprese di piccola o media dimensione a conduzione spesso diretta o circoscritta all’ambito familiare, una decisa separazione degli interessi aziendali da quelli dei titolari, così che, dal punto di vista dei risultati economici, non è chiaro dove finisca il soggetto giuridico (l’azienda) e dove incominci il soggetto fisico (la proprietà);
  • Non sono adottati (per non conoscenza, superficialità, presunzione che il proprio “naso” sia il migliore indicatore gestionale e osservatore del mercato) criteri di valutazione quantitativa della propria azienda, di controllo dello stato del proprio credito, di miglioramento del proprio debito, di verifica dell’adeguatezza della propria situazione patrimoniale nonché di simulazione di eventi per sviluppare ipotesi del tipo “cosa se succederebbe se  ….…”.
  • Facciamo, però, attenzione. Sull’ultimo punto si potrebbe dire che è ormai suonata la campana dell’ultimo giro, anche se pochi l’hanno udita. Le parole di Gianni Gambarotta sottintendono un evento che molti, troppi, continuano a fingere di ignorare, ma che, come i Tartari del Deserto di Buzzati, comparirà improvvisamente impetuoso emergendo davanti alla nuvola di polvere sollevata intorno ad esso: Basilea atto 2°, che non è un film seriale.

Ora, se possiamo non prendere in considerazione tutti i punti precedenti all’ultimo, questo non può essere trascurato. Certamente oggi ancora non sappiamo come si comporteranno praticamente le banche quando il signor Brambilloni, della LB & C (denominazioni di fantasia), andrà a chiedere loro un finanziamento per rinnovare il suo parco di macchine da laminazione o per aprire l’attività all’estero in un progetto di internazionalizzazione. Ma se le banche si comporteranno secondo le regole (e non potranno fare diversamente, perché l’esposizione al rischio potrebbe metterle al di fuori dei nuovi parametri), non potranno più valere i principi di valutazione passati e allora le difficoltà di accesso al credito potrebbero aumentare e magari diventare insormontabili. Il signor Brambilloni scoprirà, così, di non avere dato ascolto alla Cassandra che, già nell’anno di grazia 2004, gli aveva consigliato che, partendo da quel bilancio in via di formazione, avrebbe dovuto iniziare ad intervenire sulla propria struttura organizzativa, operativa, finanziaria e patrimoniale per incominciare a rifarsi il lifting sostanziale che lo portasse a presentarsi, mano a mano, all’appuntamento di Basilea nel 2007 con i conti a posto e con il minor rischio finanziario possibile.

Allora, la finanza serve?

Certo che serve. Non solo perché finanza vuole dire implicitamente denaro e senza di esso creeremmo qualche difficoltà ai processi produttivi ed alle transazioni commerciali (anche qualora, invece di scambiarci le scatole di biscotti ci trasmettessimo semplicemente e più produttivamente le ricette, come ha sostenuto Beppe Grillo con una felice battuta), ma anche perché è, probabilmente, il mezzo più semplice da adottare per misurare la propria forza economia nel fare impresa, nel credere in un progetto e nel renderlo realizzabile. Ma, attenzione, bisogna sapere come utilizzare il denaro, secondo le regole che permettono di impiegarlo, acquisirlo, cederlo, trasformarlo e renderlo efficiente nel processo di produzione, entro il quale partecipa pesantemente, anche se non in modo appariscente, alla stregua degli altri componenti del prodotto finito.

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pubblicato il 18 Dicembre 2006

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