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Come sarebbe meglio investire nei fondi comuni d’investimento? Parte Terza

Considerazioni sulla scelta della modalità dell’investimento

Innanzitutto un’avvertenza generale, che prescinde dalla forma d’investimento scelta: quando si decide di fare un investimento, nulla può dire con certezza che cosa succederà nel futuro, già a partire dall’istante successivo a quello in cui l’investimento è stato fatto, perciò solo con il senno di poi si potrà affermare se l’operazione sia stata più o meno fortunata di un’altra fatta con un diverso approccio.

Nel caso dei fondi comuni d’investimento, investire in unica soluzione (se si dispone dell’intera somma di denaro) o per mezzo di un piano d’accumulo difficilmente può permettere di raggiungere il medesimo risultato, che si realizza solo se si verificano determinate condizioni che saranno illustrate nella successiva Appendice.

Dalle analisi dei grafici, si può concludere che, se il valore delle quote fosse discendente, un investimento in unica soluzione produrrebbe un risultato peggiore del piano d’accumulo, perché tutte le quote sarebbero acquistate contemporaneamente ad un prezzo più elevato dei successivi, al contrario, l’investimento produrrebbe un guadagno solo se, al momento del disinvestimento, il valore della quota fosse risalito superando quello dell’iniziale acquisto. Con il piano d’accumulo, di fronte a valori decrescenti delle quote, invece, a parità di importo della rata si potrebbero acquistare quantitativi crescenti di quote, che permetterebbero di accelerare la crescita del patrimonio quando il valore della quota dovesse risalire e, contemporaneamente, di “mediare verso il basso”, diminuendo il prezzo medio di carico di ogni quota e riducendo l’entità della perdita complessiva. Inoltre, per ottenere un guadagno non sarebbe necessario che il valore finale della quota fosse superiore a quello di inizio investimento, ma sarebbe sufficiente che esso fosse superiore allo stesso prezzo medio di carico delle quote.

Si può affermare, pertanto, che il piano d’accumulo, come tutti i sistemi che hanno lo scopo di ridurre un rischio, tende a contenere l’entità della perdita e a non massimizzare il risultato.

Per quanto riguarda l’insieme degli investitori, essi si troverebbero tra loro in conflitto d’interesse se l’investimento venisse fatto attraverso piani d’accumulo. Secondo le considerazioni fatte, ogni investitore vorrebbe che il valore delle proprie quote seguisse un andamento mediamente decrescente (o almeno rimanesse stabile), per riprendere successivamente la crescita verso valori finali superiori a quelli a cui ha iniziato il proprio investimento. Ma il periodo di discesa, che costituirebbe il potenziale vantaggio per un investitore, si scontra con l’interesse di un altro investitore che fosse al termine del proprio investimento, che vorrebbe, invece, vedere le proprie quote aumentare di valore. Quindi, il piano d’accumulo nasconde, potenzialmente, l’insoddisfazione di una parte degli investitori, mentre il versamento unico si rivela essere un metodo d’investimento più “democratico” (se così può essere definito), perché una perdita coinvolgerebbe, chi più, chi meno, tutti gli investitori (ma è probabile che di questa “democrazia” all’investitore, che guarda ai propri risultati, non importi nulla).

Un’ulteriore osservazione riguarda i fondi pensione. L’investimento in questa forma previdenziale può essere assimilata ad un piano d’accumulo di periodo molto lungo. Come tale, l’investimento è sottoposto alla volatilità e alla tendenza del mercato nel quale avvengono gli investimenti e al conflitto di interessi dei partecipanti (in questa caso non evitabile attraverso i versamenti unici). Il patrimonio risultante, sul quale sarà computata la prestazione pensionistica iniziale, dipenderà dal numero di quote totale e dall’ultimo valore assunto, quindi il momento in cui “si va in pensione” è determinante ai fini della prestazione stessa. Nella previdenza integrativa, inoltre, si nasconde un altro aspetto. Infatti, mentre in un fondo comune si può anche decidere di non disinvestire se non si ritenesse conveniente farlo, nella previdenza integrativa il momento del pensionamento potrebbe non essere rinviabile. Pertanto, due soggetti che si trovassero nelle medesime condizioni di pensionamento, avendo versato i propri contributi nello stesso fondo pensione e con il medesimo valore finale delle quote, potrebbero trovarsi persino in condizioni opposte di rendimento qualora i versamenti stessi fossero iniziati in momenti diversi caratterizzati da opposte fasi di mercato; in tale caso, i patrimoni dai quali derivare l’integrazione sarebbero alterati dalle diverse condizioni iniziali.

Tutte le considerazioni fatte per gli investimenti volontari (escludendo, pertanto, la previdenza integrativa) hanno valore se il piano d’accumulo in un fondo comune fosse iniziato e mantenuto secondo le modalità correntemente adottate dalle Società di gestione, modalità che, di norma, prevedono (anche se non obbligano) il mantenimento dell’entità e della periodicità della rata (ma l’entità della rata come quella del versamento iniziale non sono rilevanti ai fini del risultato raggiunto, mentre la periodicità permette di mantenere il sincronismo del valore della quota).

I due approcci all’investimento hanno, come visto nelle due Parti precedenti, comportamenti diversi se utilizzati per investire in fondi azionari od obbligazionari ed i risultati ottenibili possono esserlo anche sostanzialmente. I valori intermedi della quota, infatti, hanno un peso determinante sul risultato finale del piano di investimento. Se l’andamento della quota è “finanziariamente favorevole” (ossia crescente) il piano d’accumulo azionario non fornisce il miglior risultato ottenibile a parità di capitale impiegato, dipendendo esso dal rendimento medio dei valori delle quote intermedie; in pratica, siccome il prezzo aumenta, il numero di quote acquistate ad ogni scadenza diminuisce ed il loro prezzo di carico tende ad aumentare. Se, viceversa, il valore della quota dovesse diminuire, il piano d’accumulo permetterebbe di “ammortizzare” la perdita, agendo in  senso inverso a quello appena descritto.

Il caso del fondo obbligazionario è, se vogliamo, più articolato di quello del fondo azionario:

1)       Le azioni sono strumenti finanziari che possiamo considerare tutti “sul medesimo piano”, cioè sono strumenti che, con le dovute eccezioni per singolo titolo o anche secondo i settori economici di appartenenza degli emittenti, sono sensibili in modo relativamente coerente ai comportamenti del mercato (soprattutto se considerate in blocco come succede in un portafoglio di un fondo comune), inoltre non sono soggette alla variabile ”durata”.

2)       Le obbligazioni, invece, hanno comportamenti fortemente condizionati dalla loro vita residua, a parità di altre condizioni, per cui possono essere raggruppate in classi, come viene fatto da MTS S.p.a. All’interno di esse le obbligazioni rispondono al mercato in modo relativamente simile, ma le diverse classi non rispondono in modo omogeneo tra loro. I gestori, inoltre, per mantenere il portafoglio entro i limiti di duration dichiarati, a causa della riduzione giornaliera della vita delle obbligazioni, devono periodicamente riposizionare il portafoglio eliminando i titoli divenuti ormai troppo brevi per le caratteristiche del fondo, sostituendoli con altri di durata superiore, modificando, di fatto, le caratteristiche finanziarie del fondo rispetto al momento in cui l’investimento è iniziato: in pratica, col trascorrere del tempo la duration del fondo non corrisponde più alla duration dell’investitore.

Questa sensibilità al tempo delle obbligazioni permette all’investitore (che, nel caso del fondo comune, può anche essere il gestore) di disporre di un grado di libertà entro il quale muoversi, allungando o riducendo la vita media residua del portafoglio e la sua durata finanziaria.

Il gestore del fondo comune ha dalla sua parte la capacità decisionale sul comportamento da tenere, guidata dalla sua esperienza sulle reazioni del mercato e sulla validità dell’emittente, ma ha il vincolo del regolamento del fondo oltre a quello primario della Banca d’Italia.

L’investitore non professionista, invece, normalmente non dispone delle medesime conoscenze e capacità del gestore, però non è sottoposto a vincoli sulla tipologia dei titoli in cui investire, quindi è libero di “cambiare cavallo” in corsa, passando da un fondo con contenuto avente una certa durata finanziaria media ad uno con durata finanziaria media diversa. In qualche  modo, è stata data un’idea di come ci si potrebbe comportare al variare degli andamenti del mercato.

Ora, mentre svolgere una gestione degli investimenti in fondi azionari da parte del risparmiatore è sicuramente operazione non facile (e, in genere, economicamente poco conveniente, oltre che contraria alla logica dell’investimento in un fondo comune) per cui il piano di accumulo può rivelarsi la migliore strategia di minimizzazione del rischio, nel caso dei fondi obbligazionari (solitamente meno onerosi), in cui può essere in qualche modo meno difficile controllare i diversi comportamenti, l’ipotesi di investire in unica soluzione potrebbe essere la strategia più vincente, supponendo di disporre subito di tutto il capitale che si intenderebbe impiegare.

Si tenga sempre presente, comunque, che anche per i fondi obbligazionari vale la regola del “compra e mantieni” e che “cambiare il cavallo” in corsa non è così facile come potrebbe sembrare a prima vista. Le indicazioni grafiche ci dicono con certezza solo ciò che è successo, ma, relativamente al futuro, ci possono dare solo una indicazione di probabilità più o meno elevata in funzione della qualità dell’elaborazione a cui è sottoposto il processo di trattamento statistico. Se, poi, le previsioni sono effettuate entro le mura domestiche, la loro probabilità di rivelarsi corrette è praticamente quasi nulla. La scelta del tipo d’investimento (o il consiglio sull’investimento, quando si tratti di un intermediario a contatto con un investitore) e delle modalità con cui investire deve essere fatta “a priori”, in modo molto meditato, in funzione della misura dei rischi che si intendono consapevolmente assumere, individuando concretamente l’obiettivo (risparmiare “perché non si sa mai” non è il modo migliore di trattare né il risparmio né il proprio futuro) e mantenendola almeno per l’orizzonte temporale stabilito.

Per finire, i rendimenti degli investimenti, indipendentemente dalla forma adottata, non tengono conto della perdita del potere d’acquisto durante il periodo dell’investimento. Se si considerasse questo fenomeno, il valore iniziale dell’investimento (sia esso in forma di versamento unico o sia il versamento iniziale di un piano d’accumulo) e le eventuali successive rate dovrebbero essere svalutate nella misura corrispondente alla capitalizzazione composta dei tassi di inflazione. Il punto di pareggio tra investimento unico e piano d’accumulo cambierebbe richiedendo tassi superiori e la variazione sarebbe tanto maggiore quanto più lungo sarebbe il periodo dell’investimento (si pensi al caso dei fondi pensione che possono raggiungere durate trentennali ed anche superiori).

Per concludere questa parte di analisi, sono messi a confronto, nelle figure seguenti, i rendimenti dei diversi indici. I grafici sono stati tratti considerando il 31 ottobre 2006 come ultima data di osservazione dei valori degli indici utilizzati (contrariamente a quanto visto in precedenza in cui la data di termine è il 29 settembre 2006). Ogni punto giacente sulla linea di un grafico indica il rendimento ottenuto al 31 ottobre 2006 da un investimento che fosse iniziato alla data letta in ascissa (asse orizzontale) in corrispondenza al punto stesso. L’ultima data presa in considerazione per l’inizio di un potenziale investimento è il 31 dicembre 2005.

Figura 20

fci 20

La Figura 20 mette tra loro a confronto gli indici del mercato azionario italiano oggetto delle considerazione fatte nella Parte prima. Dalla Figura si può  desumere che, se si prende in considerazione l’intero periodo dalla fine del mese di dicembre 1998, un piano di accumulo che avesse avuto come oggetto l’indice Midex (linea rossa continua) sarebbe stata la migliore scelta e modalità d’investimento. Se, sul medesimo indice, fossero stati effettuati investimenti unici (linea rossa a tratti) i risultati ottenibili non sarebbero stati equivalenti per la maggior parte del tempo, ma sarebbero stati comunque migliori dei risultati ottenibili investendo in modo analogo sugli altri indici.

Sebbene l’indice Midex si presenti come quello in grado di fornire le migliori prestazioni, per un certo periodo (dalla sua introduzione e fino al 31 marzo 2005) l’indice basato sul segmento Star è stato in grado di fornire le prestazioni migliori, in certi casi anche attraverso gli investimenti unici (linee verdi continua per i versamenti unici e a tratti per i piani di accumulo).

Nelle Figure seguenti (dalla 21 alla 25) sono rappresentate le coppie di rendimenti ottenute per ogni indice nella tecnica dell’investimento unico e del piano di accumulo, in modo da disporre del confronto diretto dei rendimenti che si sarebbero ottenuti alla data del 31 ottobre 2006. Si faccia attenzione ai periodi in cui i rendimenti degli investimenti unici (linee rosse) iniziati in essi presentano ancora, in corrispondenza alla data del 31 ottobre 2006, valori negativi. Tali periodi fanno riferimento ai momenti di massimo valore degli indici che, sempre alla data del 31 ottobre 2006, ancora non sono stati raggiunti.

Dalle Figure si ha la conferma che, nel caso dei mercati azionari, investire attraverso i piani di accumulo dovrebbe essere la migliore strategia, perché iniziare l’investimento in un punto di minimo seguito da una tendenza generale al rialzo è quasi sicuramente un caso fortuito piuttosto che il risultato di una indovinata analisi di mercato di lungo periodo.

Figura 21

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Figura 22

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Figura 23

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Figura 24

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Figura 25

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Nelle successive Figure dalla 26 alla 33 sono messi in evidenza i rendimenti degli ipotetici investimenti negli indici obbligazionari calcolati da MTS Spa.

La Figura 26 rappresenta i rendimenti al 31 ottobre 2006 di tutti gli indici, con esclusione dell’indice globale, sia nella simulazione degli investimenti tramite versamenti unici sia tramite piano di accumulo.

Figura 26

fci 26

Dalla Figura 26 si hanno le seguenti conferme di quanto già affermato:

  • I versamenti unici (linee tratteggiate) si presentano mediamente con rendimenti superiori ai versamenti attraverso piani di accumulo (ciò sarà meglio visibile nelle successive Figure in sono rappresentati singolarmente i diversi indici;
  • I versamenti unici, per la loro particolarità di essere collegati contemporaneamente ai soli momenti del versamento e del disinvestimento (o della valutazione), si presentano con rendimenti maggiormente variabili rispetto ai piani di accumulo;
  • Gli investimenti (in qualunque forma siano effettuati) forniscono rendimenti direttamente correlati alla durata della classe obbligazionaria considerata (le classi di maggiore durata forniscono rendimenti superiori a quelli delle classi di durata inferiore);
  • La variabilità dei rendimenti aumenta con l’aumentare della durata delle classi obbligazionarie.

Nelle Figure seguenti (dalla 27 alla 33) sono rappresentate le coppie di rendimenti ottenute per ogni indice di classe obbligazionari nella tecnica dell’investimento unico e del piano di accumulo, in modo da disporre del confronto diretto dei rendimenti che si sarebbero ottenuti alla data del 31 ottobre 2006.

Figura 27

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Figura 28

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Figura 29

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Figura 30

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Figura 31

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Figura 32

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Figura 33

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Per finire, nella Figura 34 sono messi a confronto tra loro gli ipotetici piani di investimento negli indici generali del mercato azionario italiano (Indice Mibtel) e del mercato obbligazionario (Indice MTS Global).

Figura 34

fci 34

Sul periodo considerato (che, peraltro, ha subito profonde variazioni dei corsi dei titoli azionari) la strategia vincente si dimostra essere stata quella del piano d’accumulo applicato al mercato azionario. Gli investimenti unici si possono considerare mediamente equivalenti ai piani di accumulo solo per quelli iniziati a partire dalla fine del mese di settembre del 2002, momento in cui il mercato azionario ha toccato un primo minimo (minimo Mibtel 16.094 seguito dal successivo minimo di 16.085 al 30 marzo 2003) dal quale ha iniziato una lenta risalita fino al valore di 30.392 a fini del mese di ottobre 2006. Tale risalita si presenta con pendenza particolarmente costante (il che significa che anche il rendimento rimanere praticamente costante) e ciò giustifica la relativa sovrapponibilità dei rendimenti delle due metodologie di investimento.

Si ritorna a sottolineare che, relativamente all’indice Mibtel, ipotetici investimenti unici effettuati su di esso nel periodo compreso tra il 29 febbraio 2002 e il 31 gennaio 2001 (con eccezione per quelli iniziati il 29 dicembre 2000) si presentano ancora, alla data del 31 ottobre 2006, con rendimenti negativi, cioè ancora non sono stati raggiunti gli importi dei capitali potenzialmente impiegati, considerati al lordo dell’inflazione.

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pubblicato il 02 Dicembre 2006

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