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Prima contrapposizione: responsabilità nei confronti degli azionisti o dell’occupazione?

Loris Belluta

La contrapposizione

L’aumento della qualità e della quantità dell’occupazione è certamente una priorità sociale. Ma quale deve essere il contributo dell’impresa nel perseguire questa priorità sociale? Il capitalismo ha una risposta pronta e certa: il contributo più rilevante e socialmente più desiderato dovrebbe essere proprio quello dell’impresa perché l’impiego nell’impresa è l’unico considerato produttivo. Altri tipi di occupazione, come quello nella pubblica amministrazione, sono possibili, ma considerati “non produttivi”. Quindi un costo inevitabile, ma da ridurre il più possibile. 

Purtroppo, però, oggi sembra che l’obiettivo dell’occupazione sia in contrasto con l’obiettivo della ricerca del valore per gli azionisti.

Infatti l’impresa, a causa dell’aumento della competizione, cioè per cause indipendenti dalla sua volontà, sembra poter sopravvivere solo se impiega il minor numero di persone e le paga il meno possibile. L’esigenza di ridurre le persone e il loro costo sembra essere addirittura più stringente nel settore dei servizi che in quello manifatturiero, dove qualche spazio di speranza è aperto dall’innovazione tecnologica. Nel settore bancario la riduzione degli occupati sembra addirittura così fatalmente inevitabile che anche i sindacati riconoscono questa fatalità e cercano di limitarne i danni. La riduzione degli spazi di occupazione è così intensamente considerata inevitabile che viene, addirittura, incentivata. Vi sono mercati finanziari dove ogni decisione di riduzione del personale provoca direttamente ed immediatamente un aumento del valore del titolo perché si immagina che una riduzione del personale comporti un aumento o, almeno, una difesa degli utili.

 

Uno scenario alternativo, di sviluppo

Le riflessioni precedenti portano, però, ad un’unica conclusione: l’istituzione impresa sembra perdere, a causa della competizione, non solo la sua funzione sociale, ma anche la sua funzione economica. Infatti, se è vero che la competizione costringe a “buttare fuori” le persone, allora è anche vero che, contemporaneamente, distrugge il mercato. Infatti gli unici consumatori interessanti sono gli occupati che, quando escono dal lavoro, hanno una decente retribuzione da spendere. Detto diversamente: che importanza ha che le imprese dispongano di prodotti, di prestazioni e prezzo ineguagliabili quando rischiano di tenerseli perché nessuno ha i soldi per comprarli? Poiché non è accettabile che ci si incammini verso un futuro dove l’impresa perde sia il suo significato sociale che economico, abbiamo provato ad immaginare uno scenario alternativo. Fortemente alternativo

Noi crediamo che la competizione nasca solo da una scarsa voglia di innovazione imprenditoriale. Nasca dalla convinzione che i prodotti che si vendono, il tipo di servizi che si erogano, il modo in cui li si producono e li si vendono, siano gli unici possibili. La competizione, insomma, nasce dalla voglia di conservare il presente. I grandi periodi di sviluppo sono stati generati, invece, da convinzioni e comportamenti opposti: uno sforzo collettivo e solidale per immaginare nuovi prodotti, nuovi servizi che avessero il sapore di una nuova società. Il  miracolo economico italiano è stato un esempio di uno sviluppo economico che ha generato una nuova società. Se tutto questo è vero cosa significa allora responsabilità verso l’occupazione? Significa impegnarsi in uno forzo profondo di rinnovamento strategico del nostro sistema economico. E’ necessario essere più precisi: occorre immaginare per le nostre imprese, sia manifatturiere che di servizi, nuovi sistemi d’offerta che, a causa della loro originalità, possano eliminare la competizione. Significa cambiare la vocazione di fondo del nostro sistema economico: non può più essere fondato su imprese industriali che producono prodotti di medio-bassa qualità, che erano adatti alla società che usciva dalla guerra, ma non a quella attuale. Per essere ancora più precisi, è questa una strada opposta a quella dell’efficienza e della produttività che diventano importanti solo quando la prestazione più rilevante dei prodotti e dei servizi è la banalità.

Se le imprese accetteranno di intraprendere questo cammino la contrapposizione tra l’obiettivo sociale dell’occupazione e quello economico del valore per gli azionisti si scioglierà come neve al sole perché l’impresa diventa un attore che produce valore economico solo e soltanto se produce valore sociale.



by csr last modified 22-10-2007 19:36
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