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complessità
Quando la strategia è un «problema maligno» - I dilemmi del manager della complessità
Carlo Mazzucchelli
Un articolo di John C. Camillus con un commento di Carlo Mazzucchelli pubblicati sul numero di giugno di Harward Business Review. I problemi «maligni» non possono essere risolti, ma possono essere tenuti sotto controllo. E chi ha il compito di elaborare le strategie si trova sempre di più ad affrontare queste difficoltà con armi che, purtroppo, sono spesso inadeguate.
L'articolo oltre ad una approfondita analisi contiene anche delle soluzioni ed un decalogo che potrebbe tornare utile ai manager d'azienda alle prese con i molti problemi maligni che rendono complesse le decisioni strategiche nelle loro orgaqnizzazioni. L'articolo/studio pubblicato è disponibile sul numero di giugno di Harward Business Review e acquistabile online al seguente indirizzo web. La rivista mi ha chesto di scrivere un commento allo studio di Camillus, commento che metto volentieri a disposizione dei frequentatori e collaboratori di Complexlab con l'invito a tutti di inserire commenti e riflessioni. I dilemmi del manager della complessità
Continuare a sbagliare nel riconoscere l’esistenza e la natura stessa di questi problemi può portare a livelli di complessità critica così elevati da minare alla base qualsiasi strategia aziendale o tentativo di cambiamento e innovazione. Pur focalizzando la sua attenzione sull’importanza della comunicazione, come strumento e veicolo di conoscenza e collaborazione, Camillus non sembra però dare la dovuta importanza alla complessità sociale dell’organizzazione e alla frammentazione che da questa complessità deriva a causa della diversità degli attori coinvolti nella definizione di una strategia o anche nella semplice gestione di un progetto. Se per affrontare un problema «maligno» è infatti necessario coinvolgere tutti gli stakeholder per una ricerca sociale e collaborativa di una «soluzione», ciò fa aumentare al tempo stesso la complessità sociale e rende molto complicata la comunicazione. Ambiti di complessità sociale richiedono infatti nuovi approcci cognitivi, nuovi processi e strumenti capaci di favorire una natura conversazionale (de-briefing) delle attività da svolgere per superare le difficoltà della terminologia usata e delle trappole cognitive. L’altro aspetto che considero critico e ancora poco considerato attiene alla struttura reticolare delle organizzazioni, e cioè alle molte reti sociali che permeano l’organizzazione facendo emergere molteplici strutture informali che rendono obsoleti e inadeguati gli organigrammi e virtuali le strutture formali. Il concetto di «malignità» è sicuramente distinto da quello di complessità sociale, il primo essendo una proprietà di un problema e il secondo di una organizzazione che ha a che fare con questo problema. Ma l’insistenza di John C. Camillus, sul fatto che senza comunicazione sia praticamente impossibile gestire problemi complessi mi porta a enfatizzare il peso della complessità sociale che sottende alle organizzazioni della conoscenza nei loro processi decisionali e di soluzione dei problemi. Si tratta infatti di processi che richiedono non soltanto approcci, strumenti e capacità di tipo collaborativo e una intelligenza collettiva, ma anche la condivisone di significati per creare una comune comprensione dei problemi e un impegno condiviso nella ricerca delle possibili soluzioni. La soluzione di un problema complesso è sempre un processo sociale. Sempre che di soluzioni ne esista una sola, perché il problema «maligno» non comporta risposte giuste o sbagliate ma soprattutto perché non esistono formule magiche o modelli preconfezionati da applicare in contesti che sono cangianti per definizione. |
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