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Oltre il cinismo del padrone - Il disastro ThyssenKrupp

Claudio Solarino

Prendiamo assai tristemente atto che l'ASL 1 - responsabile dei controlli per conto dello Stato alla ThyssenKrupp di Torino - non funziona.
 
Un'azienda considerata ad alto rischio dalla stessa ASL non è stata valutata con specifico riguardo al rischio di incendio - rischio tipico, intrinseco ai propri processi produttivi - malgrado ciò fosse persino storicamente documentato da numerosi episodi di focolai di incendio occorsi sulle linee di produzione. 
 
Il personale tecnico ispettivo non si riteneva preposto al riguardo, né era preparato su tale materia. Era alla prima ispezione in uno stabilimento siderurgico. E cionondimeno, in spregio ad elementari principi di buona prudenza, non ha ritenuto, durante la sua ispezione, di avvalersi del contributo prezioso ed esperto degli RLS o dei lavoratori operanti in quei luoghi onde meglio comprendere i rischi di una realtà in larga parte ignota. Né ha ritenuto di doverli informare delle contravvenzioni elevate all'azienda per agevolare il controllo interno e la risoluzione dei problemi rilevati.
 
La catena di comando e controllo dell'ASL non è stata in grado di accorgersi dell'impreparazione e della mancanza di cautela nei sottoposti. L'atteggiamento del management nell'audizione di fronte alla Commisione tutto denota tranne la capacità di intuire il senso della propria responsabilità oggettiva. E'stata spesso dichiarata una gestione dei processi affidata, su materie delicate, alle prassi, anziché a procedure operative atte a garantire chiarezza e controllo d'azione. Errore madornale ed imperdonabile specificamente imputabile al management.
 
A verbale dell'audizione tenutasi il 22 gennaio innanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli Infortuni sul lavoro va, come testimonianza di sconfitta collettiva, la seguente constatazione della Senatrice Anna Cinzia Bonfrisco (FI), Docente universitario in Politiche del lavoro . "Signor Presidente, (...) Tengo a vedere scritta nel verbale di questa seduta una mia considerazione molto amara: ho l'impressione che questi poveri operai siano morti per l'atteggiamento irresponsabile, al limite della gravissima responsabilità che la magistratura sicuramente accerterà e colpirà, dei datori di lavoro, dei dirigenti, dei responsabili della ThyssenKrupp, ma anche per una burocrazia che si rimpalla le responsabilità, anche sulla pelle dei lavoratori; una burocrazia fatta di tanti baracconi che non si parlano l'uno con l'altro e che si raccontano storie di un mondo immaginifico che vivono solo loro. Tutto ciò pesa gravemente sulla vicenda che noi stiamo con grande dolore analizzando e cercando di comprendere proprio per avere i supporti adeguati ed intervenire sul piano normativo, come ha ricordato il presidente Tofani [il presidente della Commissione - N.d.R.]. Dovremo ricordarci l’esempio di questa burocrazia sanitaria, che tanto costa al nostro Paese e che tanto è costata ai lavoratori della ThyssenKrupp".
 
Inappuntabile.
 
Ci sentiamo solo di aggiungere due considerazioni di estrema importanza, per coerenza all'ottica dei molti che tuttora si ostinano a rivendicare alla politica (ora in veste partitica, ora in veste istituzionale) la sovrintendenza, il potere e la responsabilità di nomina dei vertici amministrativi pubblici.
 
La prima considerazione è che chi ha nominato il Direttore generale dell'ASL 1 scommettendo sulle proprie capacità "divinatorie" (siamo più espliciti: la Giunta regionale del Piemonte), deve ora massimamente sovrintendere e rispondere sul piano politico di un fallimento clamoroso e definitivo suo personale misurabile in sette vite umane.
Aspettiamo immediate dimissioni. Accompagnate dalla promessa solenne - radicata nella consapevolezza della gravità del fallimento - di mai più occupare ruoli gestionali così importanti ed influenti nella vita di una comunità sociale. Questo è il minimo che, nel caso di specie, ci attendiamo.
 
Ma, al di là del caso concreto, una riflessione non secondaria si impone all'attenzione della classe politica per evitare rischi futuri di un meccanismo sanzionatorio che non è certo in grado di restituire morti alla vita: non è forse ora di abdicare una capacità, la propria, che è chiaramente sopravvalutata - per lo meno in campo squisitamente amministrativo - a favore di meccanismi più sicuri nella scelta degli amministratori?
Forse è bene rammentare che la saggezza della nostra Costituzione prevede una netta ed inequivocabile separazione tra diritto di partecipazione alla vita politica tramite l'associazione partitica (art. 49) e doveri di comportamento dell'ammistrazione pubblica e del pubblico amministratore (art. 97). Comportamento che si estrinseca, peraltro, confermativamente nella regola di principio che vuole che "Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi previsti dalla legge".
 
C'è una soluzione di continuità tra politica e amministrazione. La prima può rispondere innanzitutto al partito (non è vero neanche questo: nel momento in cui un membro di partito viene eletto a parlamentare deve svestirsi dei panni di fazioso, come mirabilmente recita l'art. 67 della Costituzione, che nessuno ha mai abrogato. "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato"); l'amministrazione, invece, risponde soltanto ai cittadini, secondo spirito di legalità, imparzialità e buon funzionamento.
E per degnamente chiudere opinazioni e dissertazioni che mai avrebbero dovuto sorgere da un quandro legislativo invero perfettamente chiaro, recitiamo l'incipit dell'art. 98 della nostra Carta costituzionale: "I pubblici impiegati sono a servizio ESCLUSIVO della Nazione". Non sono menzionati (in quanto volutamente estromessi da tale rapporto) terzi soggetti nè mediatori nè sovrintendenti, tantomeno se espressione di un partito politico. I costituenti temevano già - e a molta ragione - il pericolo di infiltrazioni private nella gestione della cosa pubblica.
 
Infine, forti perplessità anche sull'operato dei Vigili del Fuoco, che hanno provveduto alla formazione antincendio ai sensi del decreto ministeriale 10 marzo 1998 (16 ore), senza tuttavia dar corso all'accertamento teorico e pratico delle competenze ai fini del rilascio degli attestati di abilitazione per operare nella squadra di emergenza antincendio. Dal 2001, 205 unità formate, di cui solo 104 giunte a completamento del corso e 0 sottoposte ad esame finale. La ragione di tale stranezza risiederebbe in un'asserita obbligatorietà dell'accertamento in capo all'esaminato (datore di lavoro) e non all'esaminatore (Vigili del Fuoco), oltre che nell'impossibilità a provvedere da parte degli stessi Vigili del Fuoco - a partire dall'assenza di sistemi automatizzati di registrazione e controllo delle scadenze. A parte l'insulto alla diligenza e al buon senso, se fosse vera la prima ipotesi ci troveremmo di fronte anche ad una clamorosa lacuna del Legislatore. 
 
 

link: Commissione parlamentare d'inchiesta "morti bianche" - Audizione ASL 1 di Torino e Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Torino su infortuni mortali stabilimento ThyssenKrupp S.p.a. di Torino (Radio Radicale.it, 22/01/2008)


by Claudio Solarino last modified 01-03-2008 00:57
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